lunedì 27 aprile 2020

I RAGAZZI DI ROVETTA . UN ESEMPIO IMMORTALE


NOI NON VOGLIAMO LA "VOSTRA PACE"

“con l’avvicinarsi della primavera, il 28 aprile di ogni anno, sull’ imbrunire, dalla strada che scende dal Passo della Presolana, raffiche di vento strisciano tra le case poste sotto la montagna, rumoreggiando sulle pietre della via come un passo chiodato; sembra un passo cadenzato: è il marciare dei Ragazzi della Tagliamento, quando di pattuglia, scendevano a valle cantando“…per voi ragazze belle della via che avete il volto della primavera, per voi che siete tutta poesia e sorridete alla camicia nera…”
Si! è il cantare dei Legionari trucidati a Rovetta, che tornati in quella vallata, risalgono sulla Presolana, dove ogni notte sono di pattuglia; cantano, marciano e, mentre attendono giustizia, si chiedono e chiedono "PERCHE’ ?"
(tratto dal libro "ONORE–Una strage; perché? Rovetta 28 aprile 1945" a cura di Giuliano Fiorani)


AI 43 MILITI DELLA LEGIONE TAGLIAMENTO TRUCIDATI INERMI
 
IN ROVETTA IL 28 APRILE 1945
 
E NEL RICORDO DI TUTTI I CADUTI PER L’ONORE
  
ANDRISANO Fernando, anni 22
AVERSA Antonio, anni 19
BALSAMO Vincenzo, anni 17
BANCI Carlo, anni 15
BETTINESCHI Fiorino, anni 18
BULGARELLI Alfredo, anni 18
CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
CAVAGNA Carlo, anni 19
CRISTINI Fernando anni 21
DELL'ARMI Silvano, anni 16
DILZENI Bruno, anni 20
FERLAN Romano, anni 18
FONTANA Antonino, anni 20
FONTANA Vincenzo, anni 18
FORESTI Giuseppe, anni 18
FRAIA Bruno, anni 19
GALLOZZI Ferruccio, anni 19
GAROFALO Francesco, anni 19
GERRA Giovanni, anni 18
GIORGI Mario, anni 16
GRIPPAUDO Balilla, anni 20
LAGNA Franco, anni 17
MARINO Enrico, anni 20
MANCINI Giuseppe, anni 20
MARTINELLI Giovanni, anni 20
PANZANELLI Roberto, anni 22
PENNACCHIO Stefano, anni 18
PIELUCCI Mario, anni 17
PIOVATICCI Guido, anni 17
PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
PORCARELLI Alvaro, anni 20
RAMPINI Vittorio, anni 19
RANDI Giuseppe, anni 18
RANDI Mario, anni 16
RASI Sergio, anni 17
SOLARI Ettore, anni 20
TAFFORELLI Bruno, anni 21
TERRANERA Italo, anni 19
UCCELLINI Pietro, anni 19
UMENA Luigi, anni 20
VILLA Carlo, anni 19
ZARELLI Aldo, anni 21
ZOLLI Franco, anni 16



COSA E' SUCCESSO A ROVETTA (BG)
IL 28 APRILE 1945 ?



ROVETTA 28 APRILE 1945.
STORIA DI UNA STRAGE
Tratto da “Il senso segreto della strage di Rovetta”, di Leone Belotti

Ultimi giorni di Aprile del 1945, la guerra è finita. Nel fuggi fuggi generale, mentre tutti si imboscano o si travestono, al passo della Presolana, in val Seriana, tagliati fuori da tutti, ci sono 43 balilla che ancora tengono il presidio. 

Li comanda un sottotenente di 22 anni, l’età media è di 17 anni, i più giovani non hanno ancora 15 anni. Studenti, si erano arruolati dopo la fuga del re, per salvare l’onore della patria. Nati e cresciuti nella retorica fascista, non c’è da stupirsi che vogliano resistere in armi contro il resto del mondo, fino alla “bella morte”. 

Il Comitato di Liberazione ordina: cessare il fuoco, arrendersi, consegnare le armi, è fatta salva la vita. E’ il parroco a convincerli a scendere dai monti, a rassicurarli che la resa sarà onorevole. 

Giunti a Rovetta vengono presi in consegna dai partigiani, e dopo due giorni di prigionia quasi familiare (alcuni erano fidanzati con ragazze del posto) la notte del 27 accade qualcosa di poco chiaro, compaiono figure misteriose, agenti segreti, auto lussuose: all’alba del 28 Aprile i 43 balilla vengono picchiati, spogliati e condotti dietro il cimitero, dove vengono fucilati (mitragliati), a gruppi di cinque, e sepolti sommariamente. 

Questo episodio, noto (non troppo) come “la strage di Rovetta” è la prima macchia dell’Italia nata dalla Resistenza. Chi diede l’ordine di fucilare prigionieri che si erano arresi conformemente agli ordini del Comitato di Liberazione? 

Per quale ragion di stato 43 ragazzini che non erano stati responsabili di violenze, come testimoniato da uno dei capi partigiani, sono stati trucidati a sangue freddo? 

Un processo farsa nel dopoguerra ha chiuso la questione (l’esecuzione fu considerata come “azione di guerra”, e dunque non punibile, grazie a un apposito decreto). 

Gli esecutori materiali, processati e assolti, portano i cognomi più diffusi della zona, chiunque in Val Seriana conosce un sacco di gente con quei cognomi, Savoldelli, Zanoletti, Balduzzi, Percassi, amici, clienti, soci, collaboratori, gente con cui lavori. Gli ho detto: chiedi ai tuoi, agli zii, ai nonni: dim ergot! Niente. Nessuno sa niente, nessuno dice niente. Curioso come un bergamasco possa somigliare a un calabrese, in certi silenzi. Una pagina rimossa. E che pagina! L’innesco della mattanza! 

Il giorno dopo la strage, il 29 Aprile 1945, l’Unità scriveva: “La peste fascista deve essere annientata. Con risolutezza giacobina il coltello deve essere affondato nella piaga, tutto il marcio deve essere tagliato. Non è l’ora questa di abbandonarsi a indulgenze che sarebbero tradimento della causa…” E’ il famoso articolo Pietà l’è morta. Firmato: Giorgio Amendola, cioè uno dei “padri della patria”. 

Amendola si riferiva a piazzale Loreto, ma come non leggere in queste parole un’apologia alla pulizia etnica? 

Il macello di piazzale Loreto non bastava, qualcuno ha voluto e ordinato un bagno di sangue generale, nazionale, e occorreva un esempio immediato, ecco la strage di Rovetta: l’appello de l’Unità dunque significa “fate come a Rovetta”, trucidate pure chiunque abbia una camicia nera. A rigore: almeno il 90% degi italiani. 

Ma proprio nel corso di quella notte, gli italiani, ormai ginnasti esperti del consenso, si “liberarono”, e divennero tutti antifascisti convinti, e anche assetati di sangue. Nel corso del successivo mese di Maggio, furono uccise oltre 40.000 persone a sangue freddo, senza distinzione, civili, donne, bambini, anziani, per strada, in piazza, in casa, ovunque, per lo più vendette private su persone comuni, con l’alibi di “annientare la peste fascista”, mentre i gerarchi e i servi del regime si riciclavano in parlamento, nei ministeri, nelle aziende e nelle case editrici. 

Dobbiamo capire che dietro la cornice della “Liberazione” c’è un bagno di sangue attuato per occultare la magia del gattopardo, il trasformismo delle elites (non il ricambio). 

Cose che un’intera generazione ha visto ma taciuto alla generazione successiva, la mia, la nostra, per cinquant’anni, fino anni Novanta, cioè dopo il crollo del comunismo, quando giornalisti, storici ed editori hanno preso coraggio (!) e aperto gli archivi dell’orrore. 

Torniamo a Rovetta. Nella formazione partigiana responsabile della strage c’erano personaggi noti della resistenza bergamasca, e anche una figura misteriosa, il Mohicano, che si è poi rivelato essere un agente dei servizi segreti inglesi, il cui anonimato è stato usato fino ai giorni nostri come pretesto/alibi per non dire la verità proprio da parte di coloro che erano incaricati di fare luce (L’istituto storico della resistenza). 

Non ci vuole Einstein per capire che se hai un problema non puoi chiedere di risolverlo a chi ci ha basato sopra la sua esistenza (a meno che si abbia a che fare con grandi uomini, se Einstein mi permette la precisazione, a mio parere dovuta, per quanto sperimentalmente improbabile). 

Oggi possiamo dire questo: se a livello nazionale ci hanno mentito per quasi 50 anni, a livello locale, sui fatti di Rovetta, siamo già a 70. Perché? Chi c’è dietro, cosa c’è sotto questo segreto di stato? Chi diede l’ordine? 

Cose pesanti da digerire per chi è stato allevato nel mito della resistenza e dell’antifascismo. Alle medie ci portavano in gita scolastica a Marzabotto, alle fosse Ardeatine, sapevamo tutto di quei fatti, ma di Rovetta, dove si andava in villeggiatura, non si sapeva niente. 

Ma non vorrai paragonare… Si invece, paragoniamo, la barbarie è barbarie. 

Sarebbe bello e giusto che finalmente saltasse fuori qualcuno di quelli che a Rovetta (non a Kabul) da 70 anni sanno e tacciono, anche un figlio, un nipote, e ci raccontasse come è andata. A cosa mi serve un prestigioso Istituto Storico della Resistenza e un simpatico Museo Storico della Città se dopo 70 anni non mi hanno ancora spiegato il fatto storico più rilevante accaduto qui dove sono nato e cresciuto, dove vivo e lavoro? 

Leggere le carte del processo, con tutti gli omissis e i non ricordo-non so, con le raffinatezze acrobatiche del diritto per assolvere tutti, mette i brividi, perché riconosci la matrice di quella lunga serie di processi farsa che caratterizzerà la storia stragista d’Italia negli anni a seguire e fino ai giorni nostri. 

Una grande delusione, una grande rabbia. Aver studiato storia per vent’anni, aver creduto a quei miti, per poi scoprire verità allucinanti, armadi nascosti, scheletri su scheletri. 

Il senso, la verità di Rovetta è ancora segreta. Chi diede l’ordine della strage? 

Nel 1997, quando la Regina d’Inghilterra ha tolto il segreto di stato dagli archivi del SOE, il secret service inglese che agiva in Italia e nei balcani a “supporto” dei partigiani, gli storici hanno iniziato a studiare i documenti, e il quadro che ne esce ci dovrebbe portare a riscrivere alcune pagine di storia della resistenza. In primis quella della strage di Rovetta. Non ho il coraggio di rendere pubblico il sospetto, la possibilità che esce da queste carte. 

Mi rivolgo a chi sa. Cos’hai, cos’avete da perdere? Quale era la cifra pagata? Chi era l’eminenza grigia arrivata con un’automobile lussuosa a dare l’ordine della strage, proveniente da Bergamo? 

Non è mai troppo tardi per queste cose. 

sabato 18 aprile 2020

NESSUNA PACE CON GLI INFAMI ASSASSINI



 TENETEVI LA "VOSTRA" "PACE"
NOI CI TENIAMO I NOSTRI SOGNI 

Lettera aperta ad Ignazio La Russa:

 Caro Ignazio, ti scrivo qs lettera aperta,dopo aver ascoltato la tua conference call di qs mattina, in merito all'iniziativa sul 25 Aprile....
Chi ti scrive,mi conosci molto bene, ha avuto in quelle radiose giornate,la famiglia sterminata proprio da coloro i quali tu oggi vorresti ,dopo 75 anni ,riconoscere e rendere omaggio ,nel giorno più luttuoso per la Ns Patria, addirittura con la canzone del Piave,unendo sacro con profano.
Non contesto il tuo pensiero... Lo conosco da decenni...
In qs vedo rappresentato tutta la tua coerenza...
Però mi domando: sei sicuro che corrisponda al legittimo pensiero di coloro che rappresenti con il tuo mandato parlamentare?
Vedi , già altri personaggi si sono inoltrati su un terreno pericoloso come qs ( male assoluto ) e le conseguenze che ne sono scaturite le conosciamo bene...
Vedo,con tristezza, che la Storia non ti ha insegnato nulla...
Sia ben chiaro, personalmente,sei libero di prendere qualsiasi iniziativa riguardo il periodo storico in questione;  ma a titolo personale e non a nome di una Comunità che da 75 anni sta pagando,a duro prezzo, la scelta dell'Onore...quell'Onore che oggi hai voluto calpestare con una iniziativa ignobile!
Sono una militante dell'Idea dal 1948, se non te lo ricordi e quindi la Storia dell'Msi la conosco da prima che tu nascessi...
Un consiglio...lascia stare Almirante...              
  Ti ricordo le famose "colonne d'Ercole oltre le quali mai dovremo oltrepassare"...
 E tanto altro...
E smettila di andare in giro con il piattino in mano X accreditarti...
Tu lo puoi fare,ci mancherebbe,ma ti proibisco di farlo a nome mio e di tutti quelli che hanno dato la Vita in quelle terribili giornate!
 Le ns sofferenze non sono le Tue ,ricordatelo bene!!!!!
Non ti preoccupare a rispondere a qs mia…
 Non lo hai fatto già in occasioni ben note che ti riguardavano, ma per favore,risparmiaci altre tue boutade del genere.
Io,nel mio piccolo,ho dato 90 anni della mia Vita,al ricordo dei miei cari ed a tutti i Combattenti della RSI,attraverso la militanza ed i vari processi, X difendere l'Onore e non sarai certamente tu ,con le tue iniziative, a ricevere il mio Testimone!!!

Tanto ti dovevo,
Montagna Carla Olivari

GRAZIE SIGNORA CARLA

TENETEVI LA "VOSTRA" "PACE"
NOI CI TENIAMO I NOSTRI SOGNI














mercoledì 15 aprile 2020

ONORE A STEFANO E VIRGILIO MATTEI


47 ANNI SENZA GIUSTIZIA
Nessuno ha pagato




È facile e comodo, oltre quarant’anni dopo, esecrare un crimine come quello di Primavalle. Era allora che si doveva dire la verità, rendere giustizia alle vittime e punire i colpevoli, ma i giornali non la dissero, e vedremo il perché. 
Sono passati oltre quarant’anni dal rogo di Primavalle, quello in cui un bambino di dieci anni, Stefano, e un giovane di 22, Virgilio, persero la vita nell’incendio che distrusse la loro casa dove abitavano con i genitori e con i fratelli, rimasti tutti feriti in modo più o meno grave. Militanti di Potere Operaio, formazione extraparlamentare dell’epoca, appiccarono il fuoco all’appartamento popolare della famiglia Mattei, in via Bernardo da Bibbiena 33, lotto 15, scala D, interno 5, con della benzina, due litri, secondo le perizie. 

Gli assassini si chiamano Achille Lollo, Manlio Clavo e Marino Grillo, e per loro uccidere un fascista non era reato, anzi, un’operazione meritoria. 

Come sembrò anche in seguito a esponenti della sinistra italiana che per loro attivarono una rete di solidarietà formidabile, che giunse anche alla pubblicazione di un libretto, Primavalle, incendio a porte chiuse, in cui si sosteneva l’innocenza dei tre. Libretto redatto da un gruppo di giornalisti “democratici”. 
Dario Fo e Franca Rame si adoperarono per attivare “Soccorso rosso” in favore di chi aveva causato la morte di un bambino e di un giovane, e con loro altri autorevoli esponenti della sinistra, come Umberto Terracini, presidente dell’assemblea costituente, che oltre a Lollo difese anche Marini, l’omicida di Carlo Falvella, e Panzieri, condannato per l’assassinio di Mantakas. 
Ma non solo lui.
 Il quotidiano Lotta Continua il giorno dopo titolò:
 «La provocazione fascista oltre ogni limite: è arrivata al punto di assassinare i suoi figli».
 Sì, perché la tesi di tutte le sinistre e non solo delle sinistre fu quella di una faida interna tra fascisti, che per qualche settimana resse, per poi essere frantumata dalle perizie, dai fatti, dall’opinione pubblica, dalla magistratura e, nel 2005, dallo stesso Lollo che, dal Brasile, ammise che quella notte lui c’era e non da solo. Solo il Movimento Sociale e i suoi dirigenti e militanti conoscevano da tempo la verità, da sempre, e tentarono con ogni mezzo di diffonderla, vanamente; ma molti italiani neanche sapevano cosa fosse successo quella notte di 40 anni fa nel popolare quartiere di Primavalle, perché all’intera vicenda fu messa per decenni una sordina mediatica, i morti erano di serie B, figli di un dio minore, di loro non si doveva parlare e, soprattutto, gli assassini non erano tali.
 Non è successo solo per i morti di Primavalle, ma per tutti i morti “fascisti”, ignorati dall’opinione pubblica e dai mass media “democratici”.


Mario Mattei, il capofamiglia, era il segretario della sezione missina di Primavalle, la “Giarabub”, e il figlio maggiore, Virgilio, morto nel rogo, militava nei “Volontari nazionali”, formazione del Msi. 
Era una famiglia proletaria, di un quartiere popolare, ma era fascista, e questo l’intelleghentzia comunista non lo poteva tollerare: non poteva tollerare che il Msi a Primavalle non solo esistesse, ma che avesse anche un certo seguito. E così assalti e attentati erano quotidiani, come nelle sezioni dei Msi della vicina Monte Mario, via Assarotti, e in tutti gli altri quartieri popolari dove il Msi è stato sempre presente con rappresentanze significative: dal Prenestino a Portonaccio, da Torre Maura a Tor Pignattara, da Centocelle al Quadraro e in molti altri quartieri. E ovunque la sinistra tentava di cacciarli con le bombe, col fuoco, con aggressioni quotidiane, che talvolta costarono la vita ai giovani di destra. Nell’orazione funebre nella chiesa dei Sette Santo Fondatori il segretario del Msi Giorgio Almirante, che ebbe il non facile compito di gestire un movimento ostracizzato da tutti, perseguitato, disprezzato, odiato, disse tra l’altro che «questo crimine è talmente efferato che, pur conoscendone la precisa matrice politica, stentiamo a definirlo politico. Il teppismo, la delinquenza, non hanno colore», disse, ma poi, abbandonando la cautela con la quale cercò sempre di non scatenare una nuova guerra civile, aggiunse: «Il teppismo, no. Ma l’odio, l’odio sì. L’odio ha un solo colore, il colore rosso». E non sembri semplice retorica, perché questo sfogo in realtà apre uno squarcio sul clima di ossessiva intolleranza che caratterizzava quegli anni. La questione gira sempre intorno a quella frase, uscita direttamente dalla guerra civile italiana, «uccidere un fascista non è reato».


Il rogo era certamente annunciato, perché Potere Operaio aveva deciso una vasta offensiva contro il Msi di Primavalle: le autovetture e le moto dei “fascisti” avrebbero dovuto essere incendiate, così come gli esercizi commerciali di esponenti della destra nonché attentati con la benzina nelle loro abitazioni. Nei giorni precedenti Lollo, che abitava in zona e che si distinse anche come caporione del liceo Castelnuovo, vera palestra di demagogia e di violenza, si rivolse più volte ad Aldo Speranza, netturbino repubblicano amico dei Mattei, per sapere i nomi e gli indirizzi dei “fascisti” del quartiere per poi poterli colpire. In una occasione Speranza fu condotto da Lollo in un appartamento di Trastevere, “covo” dei radical-chic di Potop, abitato da Marino Clavo ma di proprietà di Diana Perrone, miliardaria nipote del proprietario del Messaggero, giornale che guarda caso sin dai primi giorni propugnò la pista interna per il rogo, poi smentita dai fatti e in tempi recenti dallo stesso Lollo, seguito in questa mistificazione della verità da tutti i quotidiani, anche quelli che oggi condannano il rogo di Primavalle perché costretti dalla storia. In questo appartamento poi furono trovati sia il nastro adesivo sia i fogli a quadretti usati per la rivendicazione. E in questo appartamento Lollo e gli altri mostrarono a Speranza l’esplosivo con cui fu fatta esplodere la sezione del Msi. E il 7 aprile effettivamente fu data alle fiamme la macchina del missino Marcello Schiaoncin in via Pietro Bembo, l’11 aprile una bomba devastava la sezione di via Domenico Svampa, atti rivendicati dalla “Brigata Tanas”. Fina alla mattina del 16 aprile con la strage a casa Mattei, anche questo rivendicato dalla Brigata Tanas. A fine anno l’istruttoria si concluse con il rinvio giudizio per i reati di strage, incendio doloso, pubblica intimidazione, fabbricazione, detenzione e porto di congegni esplosivi gli esponenti di Potere Operaio Achille Lollo, Marino Clavo e Manlio Grillo, questi ultimi due latitanti. La sentenza è stata emessa dal giudice istruttore Francesco Amato su richiesta del pubblico ministero Domenico Sica. I tre furono condannati a 18 anni per omicidio preterintenzionale, ma Clavo e Grillo non hanno scontato neanche un giorno. Ma la grancassa antifascista ha sempre surrettiziamente continuato a propalare la tesi della faida interna, come poi fu fatto anche per altri omicidi di ragazzi, a cominciare da quello di Mantakas. Se Lollo nel 2005 non avesse confessato, per gli antifascisti di professione sarebbe ancora una faida, ed è su questo che bisogna riflettere: su come la macchina della menzogna gestita dalla sinistra ha modificato in questi anni la storia italiana. E nei casi in cui un Lollo non ha confessato, è rimasta solo la menzogna…







FONTE:
http://www.secoloditalia.it/2013/04/sono-passati-40-anni-dal-rogo-di-primavalle-ma-alla-fine-nessuno-ha-pagato/

sabato 4 aprile 2020

ONORE E GLORIA A FRANCO COLOMBO


 
 
FRANCESCO "FRANCO" COLOMBO, COMANDANTE DELLA "MUTI"
 EROE IMMORTALE


Un estratto del suo discorso al momento dello scioglimento della Legione Autonoma:
«Ragazzi, è finita. Abbiamo tenuto duro fino in fondo. Ci siamo battuti, duramente, perché nessuno pensasse che la nostra sconfitta fosse dovuta a viltà; perché l'onore è necessario ad un popolo per sopravvivere; perché l'Italia riprendesse quel posto segnato da millenni di storia. Per il domani, una volta raggiunta la pace, vi sono speranze. Forse molte più di quanto non immaginiamo. E' necessario riaffermare il valore sacro dei nostri principi, i principi del Fascismo.
Dovremo denunciare i futuri falsificatori della Storia, indicandoli come dei servili mercanti. La storia della nostra Legione è stata breve ma intensa. Non disperdiamone il seme. »
 

 
 
 Davanti al plotone di esecuzione disse: 
“FATE VELOCE A FUCILARMI CHE MI FATE SCHIFO E NON SIETE DEGNI DI STARMI DAVANTI”  concluse con :
“ E ANDATE A CAGARE”
 dopodichè partì la scarica di mitra
 

1922
 

Una immagine della “Randaccio”, che poi confluirà nella “Sciesa”, facendone la più forte squadra milanese, tra gli squadristi ritratti ci dovrebbe essere anche Franco Colombo, il futuro Comandante della “Muti
 
FRANCO COLOMBO : IN CARCERE MA INNOCENTE
 
Dopo la conquista del potere, personaggi come Colombo divennero “naturalmente” scomodi per il fascismo, che pure tanto al loro doveva e al quale loro non volevano rinunciare. Molti sparirono dalla scena pubblica, altri a malincuore, per ragioni alimentari, si intrupparono nella Milizia, il futuro Comandante della Muti continuò a frequentare l’ambiente milanese (il suo nome compare spesso in allarmati rapporti prefettizi su manovre “di fronda”), nel quale poteva contare sull’amicizia del federale Giampaoli e dello stesso Arnaldo Mussolini. Diventato responsabile del Gruppo Rionale Fascista “Ludovico Montegani” ebbe modo di mettere in mostra le sue capacità organizzative, finche non incappò in un brutto incidente. La sera del 19 settembre del 1926, accompagnato da un iscritto al gruppo, tale Franco Giuseppe Carbone, si reca ad incontrare l’avvocato Alessandro Garavaglia, esponente anche lui del fascismo locale, per regolare alcune questioni finanziarie in sospeso (i due avevano avuto in comune un’impresa di auto pubbliche poi fallita). La discussione si fa animata, finchè si intromette il Carbone che spara all’avvocato, uccidendolo. Ci sono testimoni (e la vecchia ruggine è nota), per cui nel giro di poche ore lo sparatore e Colombo sono associati a San Vittore. Dopo sei mesi la piena confessione del Carbone che si assume ogni responsabilità e l’accertata assenza di ogni premeditazione, fanno però scarcerare Colombo, accolto all’uscita dal carcere da una manifestazione di affetto dei suoi uomini. Meno ben disposti si dimostrano i dirigenti locali del fascismo: Giampaoli non può difenderlo più di tanto perché a sua volta oggetto di attacchi di “cordate” avverse, e il 9 aprile del ’27 Colombo è espulso dal Partito per indegnità, nonostante la sua estraneità al fatto delittuoso sia provata. Da allora in poi tirerà avanti con fatica, con lavoretti che lo porteranno anche in Sicilia per un certo periodo, finchè, a luglio del ’43, per vie non ancora ben chiarite sarà tra gli squadristi in cerca di un contatto con Muti e in attività per trovare il modo di liberare Mussolini Nelle ore immediatamente successive alla resa riapre la federazione milanese, con un gruppo di vecchi squadristi, e il 18 fonda una squadra, la “Ettore Muti”, con sede in via della Zecca Vecchia.

Il biglietto che da carcere Colombo indirizzò a Mussolini, un'altra prova 
che non era proprio l'ultimo arrivato sulla scena del primo fascismo milanese

Francesco Colombo, detto "Franco" nato a Milano, 26 luglio 1899 – ucciso a Lenno, 29 aprile 1945).
Fu il comandante della Legione Autonoma Mobile Ettore Muti.
Nel 1918, arruolato nel Regio Esercito insieme ai cosiddetti "Ragazzi del '99", partecipò alla prima guerra mondiale come aviere e fu squadrista della prima ora. Dopo la conquista del potere da parte del fascismo divenne responsabile del Gruppo rionale "Montegani" intitolato ad un aviatore caduto nella prima guerra mondiale.
 
MILANO OTTOBRE 1943 FRANCO COLOMBO CON I SUOI LEGIONARI

L’ESEMPIO DI GARIBALDI
Franco Colombo, sotto accusa per alcune discutibili adesioni alla Muti, spiega le sue ragioni al federale Resega: “Quando Garibaldi partì da Quarto per andare a liberare l’Italia, non chiese ai suoi garibaldini di presentare all’imbarco sul Rubattino il certificato penale. Eppure, fece l’Italia ! Io, che tu dici che sono un balordo, con i miei balordi faremo piazza pulita dei traditori, dei gerarchi vigliacchi, del’antifascismo....Li hai visti i gerarconi di allora dare adesione al nuovo fascismo repubblicano ? No ! Quelli non ci sono più, hanno tradito. Ma ci siamo noi ora, Resega. Sta tranquillo che ce la faremo !”

(in: Massimiliano Griner, La pupilla del duce, Torino 2004)







IL COMUNICATO DELL'INCONTRO TRA COLOMBO E MUSSOLINI
AVVENUTO A GARGANO L' 8 OTTOBRE 1944

La squadra d'azione Ettore Muti
Il 18 settembre 1943, fu costituita ufficialmente la Squadra d'Azione Ettore Muti inglobando altre quattro squadre formatesi precedentemente sotto il comando di Francesco Colombo. Le prime reclute furono arruolate tra fascisti di provata fede.
Quando Aldo Resega, nuovo segretario cittadino del risorto Partito Fascista Repubblicano, lo incontrò per la prima volta dopo la costituzione della Repubblica Sociale Italiana, mentre si stava installando nei locali della federazione del P.F.R. criticò la presenza all'interno della squadra di alcuni elementi di dubbia moralità e gli chiese di operare una selezione, ma Colombo gli rispose:
« Quando Garibaldi partì da Quarto per andare a liberare l'Italia non chiese ai suoi garibaldini di presentare all'imbarco sul Rubattino il certificato penale...Eppure fece l'Italia! Io, che tu definisci un balordo, con i miei balordi, farò piazza pulita dai traditori, dai gerarchi vigliacchi, dall'antifascismo...Li hai visti i gerarconi di allora aderire al nuovo fascismo repubblicano?


No!... quelli non ci sono più: hanno tradito! Ma ci siamo noi ora, stà tranquillo, Resega, che ce la faremo! Tutti i giorni ci ammazzano e tu vuoi che si faccia la fine del topo? Quali forze abbiamo che facciano rispettare le nostre vite, le nostre famiglie e le nostre case? Ora provvederà lo squadrismo milanese! »
(Francesco Colombo rispondendo alle obiezioni del federale Aldo Resega)
Questa presa di posizione determinò la nascita di due distinte correnti nella città di Milano: quella moderata, che faceva capo allo stesso federale Aldo Resega e poi a Vincenzo Costa e sostanzialmente alla maggioranza degli iscritti al Partito Fascista Repubblicano, e quella estremista, capeggiata dal comandante della Muti.
Il 16 dicembre, come testimoniato dal vice federale Vincenzo Costa, si approvò nel corso di una riunione del PFR lo scioglimento della Squadra d'Azione:
« Resega aveva presentato un elenco di elementi dal passato turbolento, già espulsi dal vecchio partito e tra quelli da


eliminare dalla vita politica del nuovo partito erano nomi noti, tra i quali Alemagna, vice comandante della squadra Muti, e l'avvocato Mistretta. Anche il capo della squadra politica aveva redatto un simile elenco che in qualche caso coincideva con quello di Resega. Lo scioglimento delle squadre d'azione avrebbe provocato certamente la ribellione di alcuni loro componenti, che avrebbero visto nei provvedimenti un cedimento che lasciava campo libero agli antifascisti; il questore Coglitore assicurò al ministro degli Interni che l'arresto dei designati all'epurazione sarebbe avvenuto da mezzanotte all'alba del 19 dicembre con un'operazione simultanea. »
(Vincenzo Costa nel suo diario in data 16 dicembre 1943)
Ma furono gli omicidi, commessi dai GAP, di Piero de Angeli il 17 dicembre e la mattina dopo dello stesso federale Aldo Resega a far prevalere momentaneamente la fazione di Colombo e della sua Squadra.
« Da oggi noi squadristi prenderemo il comando di Milano; basta con la bontà, con la generosità: qui ci fanno fuori tutti! »
(Dichiarazione di Francesco Colombo in seguito all'omicidio di Aldo Resega)

Colombò elevò a federale di Milano, Dante Boattini. Il questore Domenico Coglitore che si era dimesso in seguito all'omicidio di Aldo Resega fu sostituito con il colonnello Camillo Santamaria Nicolini. Il nuovo federale Boattini decise di non procedere più allo scioglimento della "Muti".




Comandante della Legione Autonoma
Mobile Ettore Muti
 
La Legione Autonoma Mobile Ettore Muti nacque ufficialmente il 18 marzo 1944 e Colombo fu nominato questore dal Ministro degli Interni Guido Buffarini Guidi, grado corrispondente nell'esercito al grado di colonnello.
Il 19 marzo 1944 Colombo partì per il Piemonte insieme ai primi scaglioni della Legione che si recavano in zona operativa (1º Battaglione “Aldo Resega”, 2º Battaglione “De Angeli” e Compagnia speciale "Baragiotta"). Costituì quindi il comando nell'ex sede della Gioventù italiana del littorio di Cuneo. Rientrò a Milano il 27 marzo lasciando il comando delle operazioni militari al tenente colonnello Ampelio Spadoni. Qui i reparti della "Muti" furono impiegati principalmente nel presidio delle principali località del cuneese e nell'attività di rastrellamento. Dopo il 28 maggio alcune compagnie furono dislocate anche nel vercellese.
Il 7 giugno in località Brossasco Colombo fu lievemente ferito nel corso di una imboscata mentre effettuava uno dei suoi consueti giri di ispezione nel cuneese, mentre il 14 agosto assumendo direttamente il comando della Compagnia Speciale "Baragiotta-Salines" partecipò a un rastrellamento a Varzi in provincia di Pavia.

 
Il ridotto della Valtellina
 
Negli ultimi giorni della RSI, anzi nelle ultime ore, Colombo suggerì al Duce di preferire il ridotto valtellinese assicurando che anche in quello i "documenti" (il famoso carteggio oggetto delle mire di Winston Churchill) sarebbero stati protetti altrettanto bene che in Svizzera. Quando Mussolini lasciò Milano fu scortato anche da arditi della "Muti". Colombo, dopo aver inutilmente atteso i reparti provenienti dal Piemonte, partì per Como il 26 aprile con circa 200 legionari rimasti ancora a Milano ricongiungendosi con Pavolini. Avendo perso Mussolini nel frattempo ripartito per Menaggio la colonna fascista stipulò un accordo con il CLN per avere libero transito, ma il mattino del 27 aprile, contravvenendo agli accordi, i partigiani bloccarono la strada presso Cernobbio intimando la resa. I reparti fascisti furono sciolti. Anche Colombo si risolse a sciogliere i reparti della "Muti":
« Ragazzi, è finita. Abbiamo tenuto duro fino in fondo. Ci siamo battuti, duramente, perché nessuno pensasse che la nostra sconfitta fosse dovuta a viltà; perché l'onore è necessario ad un popolo per sopravvivere; perché l'Italia riprendesse quel posto segnato da millenni di storia. Ma ora ho il dovere di impedire inutili spargimenti di sangue. Mi hanno assicurato che quelli che non si sono macchiati di gravi reati saranno lasciati liber. Questo è il momento più brutto della nostra vita, ma dobbiamo sopravvivere. Per il domani, una volta raggiunta la pace, vi sono speranze. Forse molte più di quanto non immaginiamo. E' necessario riaffermare il valore sacro dei nostri principi, i principi del Fascismo. Dovremo denunciare i futuri falsificatori della Storia, indicandoli come dei servili mercanti. La storia della nostra Legione è stata breve ma intensa. Non disperdiamone il seme. »
(Francesco Colombo scioglie i reparti della "Muti" giunti fino a Como)
Telegramma di Mussolini a Colombo nel primo anniversario della fondazione della Muti
La Legione Autonoma Mobile Ettore Muti è sciolta da Colombo alle 8 del mattino del 27 aprile. Il Comandante raduna i suoi uomini nella piazza dell’imbarcadero di Como e comunica loro malinconicamente che il giuramento alla RSI è da ritenersi sciolto. Riaffermeremo ovunque i principi sacri del Fascismo. La storia della nostra Legione è stata breve, ma intensa. Non disperdiamone il seme. Questo è il momento più brutto della nostra vita, ma l’Italia dovrà un giorno riprendere quel posto tracciato da millenni di storia. La nostra battaglia sarà la medesima: lo spirito al di sopra della materia, l’eroismo come legge morale. Sono certo che nessuno di voi, tornando dai propri cari, dimenticherà l’alto insegnamento etico che la Legione, schieramento di punta del Fascismo in armi, vi ha fornito in questo breve periodo. Protettori dei deboli e dei diseredati, amici degli umili, temerari come nessuno in battaglia, voi arditi avete onorato la sacra consegna del Duce e dei nostri martiri. Grazie ragazzi: sono orgoglioso di voi! Quando Colombo pronuncia le ultime parole con cui li congeda, gli arditi hanno gli occhi lucidi, i loro volti sono rigati dalle lacrime. Sentono dentro la loro anima tutto il peso di una sconfitta di civiltà, per realizzare la quale si sono mobilitate le più alte potenze plutocratiche e tecnocratiche della storia. Un immenso sentimento di malinconia, struggente e inspiegabile, rimarrà nell’anima a ricordo dell’esperienza legionaria. Ma quasi tutti, tra loro, saranno uccisi nella via del ritorno. Decine e decine, vittime di stragi, saranno brutalmente eliminati in seguito a torture. Alcuni, non identificati, spariranno bruciati negli inceneritori nei sotterranei della stazione centrale di Milano. Quei pochissimi che, invece, riusciranno miracolosamente a sopravvivere saranno guardati con diffidenza ed ostilità da tutti in quanto “mutini”, “fascisti della Muti”…. Colombo, invece, catturato a Cadenabbia il 27 aprile del 1945 dove era in missione alla ricerca di Mussolini, sarà fucilato a Lenno alle 13 del 29 aprile (non del 28 aprile come hanno riportato erroneamente una serie di storici, copiandosi a vicenda). Quando gli comunicano che Mussolini è stato ucciso, che molti suoi arditi sono stati passati per le armi, dice di voler morire. Dopo il processo-farsa, alla fine del quale apprende dai carcerieri di essere condannato a morte, Colombo risponde soltanto: “finalmente!”. Poco prima di essere fucilato, alla domanda se ha bisogno dell’assistenza spirituale di un prete, risponde: “Non ho niente di cui pentirmi”. Dopo avergli legato i polsi dietro le spalle con un fil di ferro, i partigiani gli chiedono quale è il suo ultimo pensiero. Colombo, con un berretto nero, alla sciatora in testa, molto simile a quello delle Brigate Nere, risponde in dialetto milanese: “Andate a cagare…siete solo dei vigliacchi…Viva il Duce!”. Sereno, fissandoli negli occhi, ripete ai partigiani: “Femm dumà prest” (Fate solo presto!). La raffica di mitra dei partigiani, ormai deceduto il Comandante, tinge di rosso il berretto nero disceso frattanto sul petto. Sono i rivoli di sangue che sgorgano copiosi… Dopo la morte del Comandante, in diversi casi agenti dei servizi segreti anglosassoni penetreranno e perquisiranno le abitazioni dei parenti di Colombo, nella disperata ricerca di documenti altamente compromettenti per la storia dell’Inghilterra, documenti che – è lecito pensare – il Duce, in virtù della stima e della fiducia, dette nelle mani del Comandante. Dopo la guerra, decine di persone si presenteranno a casa del fratello del Comandante, rimasto disoccupato ed osteggiato in quanto legato addirittura da vincoli di sangue all’estremista fascista Franco Colombo, per offrire aiuto e lavoro, in quanto – secondo la loro stessa testimonianza – “ebbero la vita salva grazie al Colombo….”. Lo stesso neofascismo italiano ha sempre ignorato ed in molti casi disprezzato la figura del Comandante Colombo, al punto da preferirgli esplicitamente figure di importazione come ad esempio Degrelle o Skorzeny. Ora, se è vero che queste ultime sono figure degne del massimo rispetto, è anche vero che sono figure completamente estranee, per mentalità ed orizzonti, allo squadrismo fascista rivoluzionario. Viceversa Colombo, incarna fino in fondo l’essenza mistico-squadrista del Fascismo. Ne ha portato fino alle più limpide soglie l’etica di fedeltà e sacrificio. Franco Colombo torna in prima linea dopo l’8 settembre, quando la sorte negativa del fascismo incombe minacciosa. E’ una scelta da autentico testimone. Con estrema coerenza, il Comandante ha rialzato la bandiera nera nel momento della tragedia, servendo con animo da apostolo la più mistica e la più mediterranea delle idee. Si può dunque azzardare che il Comandante della “Muti”, nella Storia, è, dopo il Duce Mussolini, nella schiera dei fascisti più determinati ed intransigenti. Franco Colombo è dunque il simbolo immortale del Fascismo.

UFFICIALI E SOTTUFFICIALI DELLA 
LEGIONE AUTONOMA "ETTORE MUTI"
Forza della legione : Ufficiali 69, sottufficiali 89, graduati 44, 
arditi 1.306, per un totale di 1.508 effettivi.

29 APRILE 1945-LAGO DI COMO
IL COLONNELLO FRANCO COLOMBO (CHE SI INTRAVVEDE DENTRO IL FINESTRINO) VIENE PORTATO DAI PARTIGIANI A LENNO,, PER ESSERE FUCILATO CONTRO IL MURO DI UN BAR , DOVE ALCUNI MESI PRIMA, SI ERA SVOLTO UN 
CONFLITTO TRA FASCISTI E PARTIGIANI

LA MORTE DI UNO SQUADRISTA
 
“Verso le 13 di domenica 29 aprile 1945 (non del 28 come solitamente si riporta), i polsi assicurati dietro le spalle, legati con un fil di ferro, con la pioggerella che batte insistentemente, Colombo viene portato a Ganzo di Mezzegra, località scelta perché un anno prima qui furono fucilati sei partigiani, che avevano in precedenza colpito mortalmente quattro fascisti repubblicani
Alla domanda se ha bisogno dell’assistenza spirituale di un prete, risponde: “Non ho niente di cui pentirmi”
Lo sbattono con violenza contro il muro, in un angolo, vicino ad una pasticceria. I partigiani gli chiedono qual è l’ultimo pensiero che vuole esprimere. Colombo risponde in milanese: “Andate a cagare…Siete solo dei vigliacchi. Viva il duce !”
Il Comandante è fermo. Osserva con tranquillità negli occhi coloro che gli stanno per dare la morte. Ha le immagini dei suoi Arditi negli occhi della mente e nel cuor; sa già che molti di loro sono stati ferocemente uccisi, senza nessun rispetto della parola data…..
Ora si ritrova con le spalle appoggiate al muro, pochi istanti di vita davanti, il fil di ferro legato ai polsi dietro le spalle, i mitra piantati in faccia, la pioggia che batte senza tregua. Così muore l’ultimo squadrista
“E’ sereno, e guardandoli negli occhi, dice: “Femmdumàprest” (Fate solamente presto)
Partono le prime scariche di mitra. Cade in ginocchio, poi un’altra raffica, si accascia definitivamente su un fianco
Il suo berretto nero, mentre il corpo cade a terra, gli rotola sul petto; i rivoli di sangue che sgorgano, copiosi, dalle ferite, lo coprono di sangue”
(Luca Fantini, “Gli ultimi fascisti, Franco Colombo e gli Arditi della Muti”, Città di Castello 2007)
Franco Colombo era stato squadrista ai tempi della vigilia, nella “Randaccio” milanese; a lui si deve, in particolare, la presa di Palazzo Marino il 3 agosto del’22, quando, con altri due o tre compagni di squadra, passando da una finestra, si introdusse nella sede comunale e aprì il pesante portone di ingresso.
Giacinto Reale

OTTOBRE 1944

28 ottobre 1944 Milano
Da sinistra Colombo, comandante della Muti con Pavolini





 
L'ultima spedizione
 
Il figlio di Mussolini Vittorio e l'ex vice segretario del PRF Pino Romualdi anch'essi a Como furono convinti da un ufficiale del servizio segreto Alleato a raggiungere Mussolini a Menaggio per convincerlo a consegnarsi agli Alleati. Alla spedizione in partenza si unì anche Colombo. A garantire l'incolumità dei membri della spedizione fu Giovanni Dessy munito di un apposito lasciapassare ma a Cadenabbia, la piccola colonna formata da due macchine incappò in un posto di blocco partigiano. Nonostante Dessy mostrasse le credenziali del CLN. queste non furono prese in considerazione e gli occupanti delle vetture furono sequestrati e portati a San Fedele. Qui Dessy riuscì a far rilasciare Romualdi che non era stato riconosciuto. Colombo fu trattenuto per due giorni poi il 28 aprile fu condotto a Lenno e sommariamente fucilato. La sua tomba oggi si trova nel campo 10 del Cimitero Monumentale di Milano, dove sono sepolti i caduti della Repubblica Sociale Italiana.
 
 
Francesco Colombo, detto "Franco" nacque a Milano, 26 luglio 1899.
Colombo fu uno dei “ragazzi del '99” che nel 1918 partecipa alla Prima Guerra Mondiale come  aviere, contribuendo così al ricongiungimento all'Italia delle terre irredente.  Fascista della prima ora, Franco Colombo partecipa allo squadrismo fino alla presa del potere da  parte di Mussolini, diventando responsabile del gruppo rionale fascista “Montegani”.
Nel 1943 non esita ad aderire alla Repubblica Sociale Italiana, fondando il 18 settembre la  Squadra d'Azione Ettore Muti, intotalata appunto al soldato più decorato della storia d'Italia  vigliaccamente assassinato dai traditori della Patria.
La Squadra d'Azione Muti, composta da Fascisti di provata fede rappresentava l'ala più dura e  intransigente del Fascismo Repubblicano milanese, determinata a difendere ad ogni costo e con  ogni metodo la Patria dai banditi che collaboravano con l'invasore.
Gli omicidi di Piero De Angeli e di Aldo Resega da parte delle forze partigiane nel dicembre del  1943 accrescono ancora di più questa determinazione.
Il 19 marzo 1944 viene costituita la Legiona Autonoma Ettore Muti con l'approvazione del Ministro  dell'Interno Guido Buffarini Guidi. A Colombo venne assegnato il grado di Colonnello.
Da gruppo squadrista milanese il gruppo di Colombo diventa una vera e propria forza militare della  Repubblica Sociale Italiana. La Legione viene chiamata anzitutto a fronteggiare le bande  partigiane in Piemonte, in particolare nelle province di Cuneo e di Vercelli. La Legione Autonoma  Ettore Muti fu definita dal Duce “la mia pupilla”: a dimostrazione di questa grandezza, furono gli  stessi reparti della LAM a scortare Mussolini quando lasciò Milano.
Significativo è il pensiero di Colombo: il Fascismo come redenzione. La LAM aprì le porte a  moltissimi italiani (inquadrati nel reparto “Battaglione Ricostruzione Redenzione”) che vennero  salvati dalla deportazione in Germania o dal carcere forzato. Ad essi Colombo offrì la possibilità di  redimere i propri errori scegliendo la bellezza del combattimento per la Patria.
Negli ultimi giorni della RSI Colombo tenta di ricongiungersi a Mussolini al seguito di duecento  legionari, ma il 27 aprile, contravvenendo agli accordi, una colonna partigiana blocca la Muti  presso Cernobbio. Colombo, ritenendo doveroso evitare un inutile spargimento di sangue, accetta la resa e scioglie i reparti.
L'ultima spedizione di Colombo per raggiungere Mussolini si concluse con un altro blocco  partigiano sempre in violazione degli accordi; Franco Colombo verrà portato a Lenno e  sommariamente fucilato il 28 aprile 1945.
La sua tomba nel Campo X testimonia la vita di uomo che intese il Fascismo come sacrificio e  redenzione, fedele al comandamento secondo il quale non vi sono privilegi se non quello di  compiere il proprio dovere.
Lo ricordiamo con un estratto del suo discorso al momento dello scioglimento della Legione Autonoma:
 «Ragazzi, è finita. Abbiamo tenuto duro fino in fondo. Ci siamo battuti, duramente, perché  nessuno pensasse che la nostra sconfitta fosse dovuta a viltà; perché l'onore è necessario ad un  popolo per sopravvivere; perché l'Italia riprendesse quel posto segnato da millenni di storia. Per il  domani, una volta raggiunta la pace, vi sono speranze. Forse molte più di quanto non  immaginiamo. E' necessario riaffermare il valore sacro dei nostri principi, i principi del Fascismo.
Dovremo denunciare i futuri falsificatori della Storia, indicandoli come dei servili mercanti. La storia della nostra Legione è stata breve ma intensa. Non disperdiamone il seme. »
Mussolini a Milano, per il discorso del Lirico, sul predellino dell'auto Franco Colombo
MILANO 18 DICEMBRE 1944




Milano 1945
Il segretario del PFR Alessandro Pavolini e il comandante della "MUTI" Franco Colombo in visita alla caserma della Legione Autonoma "ETTORE MUTI" in via Rovello 


 




LEGIONARI DELLA MUTI


22 FEBBRAIO 1945
Legionari della  Muti, di picchetto allo stabilimento Caproni a Taliedo,
 con al centro il loro comandante Franco Colombo.

MILANO
Piero Parini e Francesco Colombo presso l'Arena Civica con gli arditi della Compagnia Giovanile "Alfiero Feltrinelli"
 
 
14 SETTEMBRE 1943
BATTAGLIONE DI COMBATTIMENTO VOLONTARI "ETTORE MUTI"



COLOMBO CON PAVOLINI AI FUNERALI DI ETTORE MUTI



L' ECO BERGAMO 1 MAGGIO 1945

 

MILANO CIMITERO MAGGIORE IL CAMPO X DEI CADUTI DELLA RSI
DOVE E' SEPOLTO FRANCESCO COLOMBO


 
 














 


La Legione Autonoma Mobile Ettore Muti è sciolta da Colombo alle 8 del mattino del 27 aprile. Il Comandante raduna i suoi uomini nella piazza dell’imbarcadero di Como e comunica loro malinconicamente che il giuramento alla RSI è da ritenersi sciolto.
Riaffermeremo ovunque i principi sacri del Fascismo. La storia della nostra Legione è stata breve, ma intensa. Non disperdiamone il seme. Questo è il momento più brutto della nostra vita, ma l’Italia dovrà un giorno riprendere quel posto tracciato da millenni di storia. La nostra battaglia sarà la medesima: lo spirito al di sopra della materia, l’eroismo come legge morale. Sono certo che nessuno di voi, tornando dai propri cari, dimenticherà l’alto insegnamento etico che la Legione, schieramento di punta del Fascismo in armi, vi ha fornito in questo breve periodo. Protettori dei deboli e dei diseredati, amici degli umili, temerari come nessuno in battaglia, voi arditi avete onorato la sacra consegna del Duce e dei nostri martiri. Grazie ragazzi: sono orgoglioso di voi! Quando Colombo pronuncia le ultime parole con cui li congeda, gli arditi hanno gli occhi lucidi, i loro volti sono rigati dalle lacrime. Sentono dentro la loro anima tutto il peso di una sconfitta di civiltà, per realizzare la quale si sono mobilitate le più alte potenze plutocratiche e tecnocratiche della storia. Un immenso sentimento di malinconia, struggente e inspiegabile, rimarrà nell’anima a ricordo dell’esperienza legionaria. Ma quasi tutti, tra loro, saranno uccisi nella via del ritorno. Decine e decine, vittime di stragi, saranno brutalmente eliminati in seguito a torture. Alcuni, non identificati, spariranno bruciati negli inceneritori nei sotterranei della stazione centrale di Milano. Quei pochissimi che, invece, riusciranno miracolosamente a sopravvivere saranno guardati con diffidenza ed ostilità da tutti in quanto “mutini”, “fascisti della Muti”…. Colombo, invece, catturato a Cadenabbia il 27 aprile del 1945 dove era in missione alla ricerca di Mussolini, sarà fucilato a Lenno alle 13 del 29 aprile (non del 28 aprile come hanno riportato erroneamente una serie di storici, copiandosi a vicenda). Quando gli comunicano che Mussolini è stato ucciso, che molti suoi arditi sono stati passati per le armi, dice di voler morire. Dopo il processo-farsa, alla fine del quale apprende dai carcerieri di essere condannato a morte, Colombo risponde soltanto: “finalmente!”. Poco prima di essere fucilato, alla domanda se ha bisogno dell’assistenza spirituale di un prete, risponde: “Non ho niente di cui pentirmi”. Dopo avergli legato i polsi dietro le spalle con un fil di ferro, i partigiani gli chiedono quale è il suo ultimo pensiero. Colombo, con un berretto nero, alla sciatora in testa, molto simile a quello delle Brigate Nere, risponde in dialetto milanese: “Andate a cagare…siete solo dei vigliacchi…Viva il Duce!”. Sereno, fissandoli negli occhi, ripete ai partigiani: “Femm dumà prest” (Fate solo presto!). La raffica di mitra dei partigiani, ormai deceduto il Comandante, tinge di rosso il berretto nero disceso frattanto sul petto. Sono i rivoli di sangue che sgorgano copiosi… Dopo la morte del Comandante, in diversi casi agenti dei servizi segreti anglosassoni penetreranno e perquisiranno le abitazioni dei parenti di Colombo, nella disperata ricerca di documenti altamente compromettenti per la storia dell’Inghilterra, documenti che – è lecito pensare – il Duce, in virtù della stima e della fiducia, dette nelle mani del Comandante. Dopo la guerra, decine di persone si presenteranno a casa del fratello del Comandante, rimasto disoccupato ed osteggiato in quanto legato addirittura da vincoli di sangue all’estremista fascista Franco Colombo, per offrire aiuto e lavoro, in quanto – secondo la loro stessa testimonianza – “ebbero la vita salva grazie al Colombo….”. Lo stesso neofascismo italiano ha sempre ignorato ed in molti casi disprezzato la figura del Comandante Colombo, al punto da preferirgli esplicitamente figure di importazione come ad esempio Degrelle o Skorzeny. Ora, se è vero che queste ultime sono figure degne del massimo rispetto, è anche vero che sono figure completamente estranee, per mentalità ed orizzonti, allo squadrismo fascista rivoluzionario. Viceversa Colombo, incarna fino in fondo l’essenza mistico-squadrista del Fascismo. Ne ha portato fino alle più limpide soglie l’etica di fedeltà e sacrificio. Franco Colombo torna in prima linea dopo l’8 settembre, quando la sorte negativa del fascismo incombe minacciosa. E’ una scelta da autentico testimone. Con estrema coerenza, il Comandante ha rialzato la bandiera nera nel momento della tragedia, servendo con animo da apostolo la più mistica e la più mediterranea delle idee. Si può dunque azzardare che il Comandante della “Muti”, nella Storia, è, dopo il Duce Mussolini, nella schiera dei fascisti più determinati ed intransigenti.
Franco Colombo è dunque il simbolo immortale del Fascismo.

 

CARLO BARZAGHI

CARLO BALDAZZI
AUTISTA DEL COLONNELLO COLOMBO FUCILATO NEI PRESSI DEI MERCATI GENERALI

 
 

CERTIFICATO DI MORTE DI FRANCESCO COLOMBO

 
CERTIFICATO DI MORTE DI FRANCESCO COLOMBO
rilasciato nel 1996

 

MEDAGLIA D' ORO LEO BARDI

MEDAGLIA D' ORO LEO BARDI

Tenente Leo Bardi della legione «Muti». Ardito di sicura fede, caduto prigioniero dei ribelli dopo un violento scontro, veniva sottoposto a giudizio e condannato a morte. Posto davanti al gagliardetto e a una bandiera rossa, baciava la fiamma della sua passione gridando « Viva il Duce ». Portato sul posto dell'esecuzione, gli veniva offerta salva la vita se avesse rinnegato la sua fede, ma egli respingeva sdegnosamente l'offerta e si disponeva per il supremo sacrificio davanti alla fossa da lui stesso scavata. Fatto segno ad una scarica a salve, veniva risparmiato e ricondotto in prigione. Dopo due giorni, ricondotto davanti al comandante del reparto dei ribelli, era ancora invitato a rinnegare la propria fede. Al nuovo e sdegnoso rifiuto veniva nuovamente portato sul posto dell'esecuzione, ma anche questa volta risparmiato nell'illusione di poterlo far ricredere. Per la terza volta invitato a baciare la bandiera rossa, le sputava contro e baciava il gagliardetto nero proclamando la sua indefettibile fede nel Duce e nell'Italia. Condotto per la terza volta all'esecuzione, veniva fucilato lasciando nei presenti viva, profonda commozione per tanta eroica fierezza e indomita fede.

 

EDIZIONE STRAORDINARIA DEL GIORNALE DELLA LEGIONE MUTI

EDIZIONE STRAORDINARIA DEL GIORNALE DELLA LEGIONE MUTI
 
 
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