domenica 13 gennaio 2019

QUEL NOSTRO ANARCOFASCISMO



Ho ricevuto nella cassetta delle lettere il bigliettino che pubblico

ANARCO - CATTO - FASCISTA 

ANARCO/ANARCHICO
 perché l'anarchia è il sistema di vita perfetto…
 Ma l'essere umano è imperfetto... Quindi irrealizzabile

CATTOLICO 
perché... Se Dio  perdonerà i nostri peccati ... E andremo in Paradiso, potremo realizzare 
davvero il Sogno Anarchico

FASCISTA
 perché ... Il Fascismo è l'unica ideologia
 che realizzando la Socializzazione permette ad ogni Lavoratore di Essere Padrone del suo Lavoro, annullando lo sfruttamento del capitale sull' Uomo in un mondo dove la speculazione finanziaria non potrà e non dovrà più esistere


A. - Comunità Avanguardia
Bergamo 

L' ALBERO DEI VALORI


I PENSIERI DI UN QUARANTENNE

 Scritto così, tutto d'un fiato
Non esiste un vero disagio giovanile perché comunque ci sono ancora dei giovani con slanci di iniziativa e voglia di cambiamento;
... Ma il problema è che sono intrappolati nel conformismo creato ad hoc dalla "tecnologia", micidiale arma dei poteri forti in quanto strumento di manipolazione di massa, e presentata come l'unico ed indispensabile stile di vita di una società oramai quasi completamente globalizzata.
Con lo scopo e  il risultato di portare l'individuo ad essere sempre più distante dai problemi reali, disintegrando  tutti i Valori etici di una sana aggregazione, da sempre pilastri di una Identità di Popolo. Per le nuove generazioni è molto più difficile comprendere a fondo questo inganno perché il progresso a tutti i costi ha cancellato gli Antichi Valori, quelli di cui era forte l' "Uomo in Ordine" :
 il risultato è un individuo debole e manipolabile .
La visione del mondo proposta è semplice,
 facile e piena di denaro, ... 
Basta che ti vendi bene, e che sai apparire nel modo giusto.... 
Poi la bolla di sapone si dissolve e ti ritrovi ancor più disarmato... 
Perché non sai più il significato dell'impegno, 
 del Sacrificio (sacrum facere) e dello Stile,
 pilastri del Passato e armi preziose dei Nostri Padri. 

Cogliere i frutti dall' Eterno  Albero dei Valori. 
Perché il progresso non é all'infinito e la fine sarà drammatica :
la tragedia dell'uomo trasformata nella  farsa del progresso a tutti i costi ha in sé le metastasi della propria eutanasia


F. -Comunità Avanguardia 
Bergamo 

NON CI INTERESSANO I "REGALINI"


CI INTERESSANO VERITÀ E GIUSTIZIA

I regali fanno felici i bambini. 
A Noi che siam grandicelli e che non crediamo più a nessuna befana, non interessano proprio.
Noi non si dà di matto per il "regalino" di Bolsonaro al signor Salvini : la cattura di uno schifoso assassino delinquente, 
tal Cesare Battisti.
Il termine "regalino" è già di per sé un insulto ai parenti delle povere vittime di quella merda di uomo, 
che attendono invece la sacrosanta e dovuta Giustizia.
Leggiamo invece i soliti omini di destra o di destra estrema che si stracciano le vesti e brinderanno al "regalino" : 
solo menti omologate e servili possono esser contenti del regalino fatto dai loro capetti, da quelli che loro riterrebbero i nuovi uomini della Provvidenza.
 Tanto Bolsonaro quanto Salvini.

Perché a Noi interessa la Verità. 

Perché a Noi interessa la Giustizia

Su Pierluigi Pagliai, su Riccardo Minetti,
su Giorgio Vale, Nanni De Angelis e Giancarlo Esposti, 
sui Ragazzi di Acca Larentia e sui Ragazzi di Rovetta. 
E  su Tutti i Camerati trucidati dalle zecche o dalle guardie, o "suicidati" in carcere dopo esser stati sfondati di botte.


A Noi dei "regalini " di un sistema nemico
non ce ne frega un cazzo

NOI, che per qualche infame vigliacco,
 saremmo "i protetti" 

UN BEL PENSIERO


 PER GLI ULTRA 50ENNI...E NON SOLO

Bel poemetto di Mario de Andrade (San Paolo 1893-1945) Poeta, romanziere, saggista e musicologo.
Uno dei fondatori del modernismo brasiliano.
______________________

LA MIA ANIMA HA FRETTA
Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo per vivere da qui in poi rispetto a quello che ho vissuto fino ad ora.
Mi sento come quel bambino che ha vinto un pacchetto di dolci: i primi li ha mangiati con piacere, ma quando ha compreso che ne erano rimasti pochi ha cominciato a gustarli intensamente.
Non ho più tempo per riunioni interminabili dove vengono discussi statuti, regole, procedure e regolamenti interni, sapendo che nulla sarà raggiunto.
Non ho più tempo per sostenere le persone assurde che, nonostante la loro età cronologica, non sono cresciute.
Il mio tempo è troppo breve: voglio l’essenza, la mia anima ha fretta. Non ho più molti dolci nel pacchetto.

Voglio vivere accanto a persone umane, molto umane, che sappiano ridere dei propri errori e che non siano gonfiate dai propri trionfi e che si assumano le proprie responsabilità. Così si difende la dignità umana e si va verso della verità e onestà
È l’essenziale che fa valer la pena di vivere.
Voglio circondarmi da persone che sanno come toccare i cuori, di persone  a cui i duri colpi della vita hanno insegnato a crescere con tocchi soavi dell’anima.

Sì, sono di fretta,  ho fretta di vivere con l’intensità che solo la maturità sa dare.
Non intendo sprecare nessuno dei dolci rimasti.  Sono sicuro che saranno squisiti, molto più di quelli mangiati finora.
Il mio obiettivo è quello di raggiungere la fine soddisfatto e in pace con i miei cari e la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una.



giovedì 10 gennaio 2019

STEFANO CECCHETTI, PRESENTE


STEFANO CECCHETTI, 11 GENNAIO 1979


"Era fascista? Non lo era? Ma chissenefrega, scusate! A noi nun ce ne frega un cazzo se quello che è crepato era un fascio oppure no. Lui lì nun ce doveva stà. E basta."
             Estratto di una telefonata a Radio Onda Rossa del 12-01-1979
 
La tragica giornata del 10 gennaio 1979 non è conclusa con gli scontri e con la morte di Giaquinto. Proprio mentre il telegiornale della sera mette in scena la sua parodia della verità, l'altra faccia della strategia del terrore, i comunisti, si muovono per offrire anche il loro contributo all'anniversario di Acca Larentia.
Il metodo prescelto è quello già sperimentato per uccidere Zicchieri: sparare da un'auto in corsa. Una tattica vile, che non prevede nessuna possibilità di reazione e bassissimi rischi. Il commando omicida non sceglie neppure le vittime, non compie un "gesto politico simbolico", come nel caso dell'assalto di via Acca Larentia, colpisce nel mucchio, con un solo obbiettivo: uccidere un fascista.
Stefano Cecchetti, 19 anni, simpatizzante del Fronte della gioventù, è con altri amici al bar di Largo Rovani, al quartiere Talenti, un bar di quelli frequentati da giovani di destra, ma certo non solo da loro. Si commentano gli episodi della giornata, c'è rabbia, orrore, dolore per Alberto Giaquinto, anche se nessuno lo conosce di persona: era un camerata ed è stato assassinato. Fa buio e freddo quando i ragazzi escono, non fanno neppure caso ad un'auto che si mette in moto, non vedono neppure le canne delle armi uscire dal finestrino, sentono solo i colpi secchi. Stefano cade a terra senza vita, in un lago di sangue, altri due giovani: Maurizio Battaglia e Alessandro Donatore, di 18 anni, rimangono feriti.
L'agguato viene rivendicato dai Compagni Organizzati per il Comunismo, che rimarranno impuniti...
TRATTO DA:

mercoledì 9 gennaio 2019

ALBERTO GIAQUINTO, PRESENTE

10 GENNAIO 1979
"Ed Alberto che è finito dentro l'occhio di un mirino,
 la democrazia mandante, un agente è l'assassino!"

 

Alberto Giaquinto: l'ultima vittima della strage di Acca Larentia



Vi raccontiamo cosa vuol dire morire per mano di un "tutore" dell'ordine

Ecco la storia del giovane (di 17 anni) ucciso da un poliziotto a Centocelle, mentre commemorava l'eccidio dell'Appio Latino. Per la sua morte, non ha mai pagato nessuno. Ma contro di lui è stata costruita una campagna mediatica vergognosa, così come era stato fatto per Stefano Recchioni
“Avete inventato un mondo di storie/perché voi volete una cosa sola,/volete la fine dei camerati,/vi siete sbagliati,/proprio sbagliati./Celerino uomo di paglia/ vile assassino, sporca canaglia/ sparasti alla nuca come in battaglia/ Sparasti ad Alberto un ragazzo biondo…”
Castel Camponeschi. Abbruzzo. Luglio del 1980. Terzo “Campo Hobbit”.  Ad un anno di distanza dalla morte di Alberto Giaquinto, i ragazzi del Fronte della Gioventù lo ricordano così, cantando con la voce rotta dalla commozione e dal dolore, una canzone che racconta la sua storia. Ad ammazzarlo è stato un poliziotto. Gli ha sparato alla nuca. Come solo i vigliacchi osano uccidere. Era alla manifestazione per il primo anniversario della strage di Acca Larentia, Alberto. A Roma, quartiere Centocelle.
Il 1978 è un anno maledetto. Di quelli che fanno da spartiacque nella storia d’Italia. Un anno che si apre con una lunga scia di sangue che sembra destinata a non interrompersi mai. Il 7 gennaio, sull’asfalto dell’Appio Latino, cadono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, ammazzati senza pietà dai NACT, gruppo semisconosciuto di terroristi comunisti. La sera stessa, Eduardo Sivori, un ufficiale dei Carabinieri, spara ad altezza d’uomo sulla folla che si è radunata per rendere omaggio ai due missini uccisi. Stefano Recchioni, un militante di 19 anni di Colle Oppio, non ha scampo. Un proiettile calibro nove lo colpisce in piena fronte. Si spegnerà, dopo due giorni di agonia, al “San Giovanni”. È la terza vittima di Acca Larentia, ma non è l’ultima. Il 9 Maggio di quello stesso, dannato, anno, le Brigate Rosse fanno ritrovare in via Caetani il cadavere di Aldo Moro. Nel frattempo, a destra, sono nati i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Cominciano i primi morti per mano dei “neri”. Si parte con le pistole, poi si passa agli assalti alle armerie, alla fine si arriva direttamente ad usare le bombe a mano.
 La pioggia dell’inverno del ’78 ha lavato via le pozze di sangue di Franco, Francesco e Stefano davanti alla sezione del MSI di Acca Larentia. Ma nei cuori dei camerati, il ricordo dell’eccidio è ancora indelebile. Nessuno dei responsabili è stato punito. I “compagni” che hanno sparato, non sono mai stati individuati. Sivori, invece, è stato fatto allontanare da Francesco Cossiga in persona per “evitare eventuali rappresaglie”. In molti, proprio per questo motivo, hanno lasciato il partito. Si sono sentiti abbandonati. Dai dirigenti e da Giorgio Almirante in particolar modo, si aspettavano molto di più. Tanti di quelli che hanno militato nel MSI decidono che il gioco al massacro, messo in piedi dai comunisti, va fronteggiato con le loro stesse armi e passano con i NAR. 
Alberto Giaquinto no, lui non ci pensa nemmeno ad entrare in un gruppo eversivo. Ha solo 17 anni in quell’inverno del 1979. È poco più di un ragazzo. Studia al liceo “Peano”. È bello. Ha i capelli biondi. Si veste già da adulto, in giacca e cravatta, ma ha ancora il sorriso pulito di un bambino. Abita all’Eur. Va spesso al “Bar del Fungo”, noto nella zona perché frequentato da Franco Anselmi (l’estremista dei NAR ucciso nell’assalto all’armeria Centofanti). Ha una moto, una Honda, di cui va orgogliosissimo, la tiene come un gioiellino. Suo padre è proprietario di una farmacia ad Ostia. La famiglia è benestante e di questo, dopo la sua morte, si riuscirà a farne una colpa. Sono gli anni assurdi degli opposti estremismi, della lotta di classe ed essere “borghese” è un aggravante. O meglio, una scusante, se vieni ammazzato. Anche se a farlo è un poliziotto.
È di destra, Alberto. Per l’età che ha, fa ancora parte del Fronte della Gioventù. Ma ha amici più grandi, del Fuan, gli universitari del MSI. Sono alcuni di loro, ad organizzare per il 10 gennaio, una manifestazione non autorizzata in ricordo della strage di Acca Larentia. Il problema non è il corteo, ma la zona che è stata scelta, quella di Centocelle, uno dei quartieri più “rossi” di Roma. Chiunque vada, rischia grosso. I “compagni” non aspettano altro che l’ennesimo scontro. Sì, perché solo ventiquattr’ore prima,  i NAR hanno fatto irruzione a “Radio città futura”, un’emittente dichiaratamente di sinistra. I conduttori avevano scherzato sul cognome di uno dei due missini uccisi all’Appio Latino, proprio nel giorno dell’anniversario: “Poracci, i ‘fasci’ so’ rimasti senza ‘na ciavatta”. I “neri” non perdonano. Entrano alla Radio, dove nel frattempo stava andando in onda una trasmissione femminista. Rovesciano una tanica di benzina nel locale. Danno fuoco a tutto. Bruciano. Sparano anche. Non muore nessuno, ma è comunque un gesto eclatante.
Roma, quel giorno, non aspetta altro che il regolamento dei conti tra “fasci” e “compagni”.
 Alberto e molti altri ragazzi vogliono andare alla manifestazione. Non hanno intenti violenti. Solo l’imperativo, morale, categorico, di ricordare i loro camerati caduti un anno prima, esprimere la rabbia per un’indagine che non è mai decollata, senza colpevoli né sospetti. E con Sivori al sicuro, all’estero. Aspettano indicazioni dai quadri del partito. Nel primo pomeriggio, Gianfranco Fini (che, all’epoca, è il segretario nazionale del Fronte della Gioventù), dà il nulla osta. La rievocazione si farà, a Centocelle. Chissenefrega se rischia di scapparci il morto.
È una vittima annunciata, Alberto Giaquinto. Ciò che nessuno si aspetta, però, è che il piombo sotto il quale cadrà è quello di un agente di pubblica sicurezza.
In via dei Castani, Alberto, ci va in autobus. La moto la lascia a casa, non è il caso di rischiare di rovinarla. Ci va insieme ad Massimo Morsello (oggi scomparso anche lui, per un cancro, chiamato il “De Gregori Nero”, l’autore di Canti Assassini). Nessuno dei due conosce il quartiere. Quando arrivano, c’è un aria strana. La tensione è palpabile. Dall’altra parte della via c’è un corteo di donne che sta sfilando per protesta al raid dei Nar del giorno prima. All’improvviso, la situazione precipita. Alberto e un altro centinaio di ragazzi del MSI sono davanti alla sezione della DC, quando qualcuno prova ad assaltarla. Alla centrale operativa della questura arriva una chiamata: “sbrigatevi, che qui sfasciano tutto!”. Invece di una volante, arriva di corsa una Fiat 128 “civile”. Dentro ci sono due agenti in borghese. Uno dei due scende dalla macchina. Ha la pistola in mano. Vede distintamente che Giaquinto, Morsello e gli altri stanno scappando, in preda al panico. Sono di spalle. Nessuno lo aggredisce. Ma lui spara lo stesso. Ad altezza d’uomo. Il proiettile colpisce Alberto alla nuca. Cade a terra, in un lago di sangue. Alberto come Franco, come Francesco, come Stefano.
La polizia impiega più di mezz’ora per far arrivare l’ambulanza che lo porterà al “San Giovanni”. Quando i medici si chinano su di lui, respira ancora. Ma per poco. Alle 9 di quella stessa sera del 10 gennaio, dopo due ore di agonia, muore fra le braccia di sua madre.
Dal giorno dopo, come avevano fatto per Recchioni, tutti i giornali mettono in atto una campagna denigratoria contro Giaquinto. I più “teneri” diranno che l’agente ha sparato solo ed esclusivamente per legittima difesa, perché Alberto impugnava un P38 (il vero scandalo è che questa tesi verrà accolta nel processo contro l’assassino di Giaquinto, puntualmente prosciolto da ogni accusa). Stessa scusa usata per infangare Stefano e scagionare Sivori. I “pennivendoli” più fantasiosi racconteranno che “nella giacca del ragazzo sono stati rinvenuti diversi proiettili”. Anche stavolta, come per il missino di Colle Oppio, nessuno avrà il coraggio di ammettere che gli  erano stati messi in tasca per “giustificare” il ferimento.
Ma le parole più vergognose sono quelle scritte (e non firmate) in un articolo di Lotta Continua del 16 gennaio: “Quelli dell’Eur sono figli della ricchissima borghesia romana, questi rampolli da galera che hanno come loro ritrovo bar e locali. Questi assassini hanno vita facile nei loro quartieri. Possono permettersi di pestare, sfregiare, sparare”. Non basta, c’è di peggio. L’attacco è mirato e diretto: “La vicenda di Alberto Giaquinto è esemplare. Figlio di un ricchissimo farmacista, viveva in una lussuosissima villa al Fungo. Qui si incontrava con i suoi amici, che raccontano della sua passione per i film  pornografici (pura invenzione, ndr). Quando è stato ucciso, aveva una Walter P38, ma non ha fatto in tempo ad usarla. Studente per bene la mattina, terrorista la sera”. È bene ricordare che, quando muore, Giaquinto non ha neppure compiuto 18 anni. La pistola non è mai stata trovata. Chi era con lui, ha giurato che Alberto non ha mai tenuto in mano un’arma. Tanto meno quella sera maledetta. Non ha imparato niente, Adriano Sofri, dall’omicidio di Luigi Calabresi. Il suo modo di fare “giornalismo”, a distanza di sette anni, è rimasto lo stesso: raccogliere e diffondere false informazioni sulla vittima designata. Farne un mostro. Fomentare l’odio contro i “nemici del proletariato” scelti a caso, nel mucchio. Anche se il bersaglio è un ragazzino. Morto ammazzato. Da un poliziotto. Mentre era in strada per ricordare una strage contr i suoi camerati.
Se quella di Acca Larentia fosse stata una macabra partita fra “compagni” e “guardie”, sarebbe finita in parità. Due morti a testa ed un unico popolo, quello di destra, a piangere i suoi caduti.
La storia di Alberto Giaquinto è tragicamente simile e collegata a quella di Stefano Recchioni. Come se la morte, con un orribile gioco di coincidenze, avesse voluto proseguire quella sequenza di giovani, poco più che ragazzini, ammazzati da chi avrebbe dovuto proteggerli. Accusati, da morti, di essere criminali.
“Alberto non era armato di nulla,/di nulla lo giuro, proprio di nulla/quel che avete detto, son tutte balle/
sparaste alle spalle senza pietà/ sol perché credeva che è primavera/ e un sole di vita presto verrà/ e se t’hanno ucciso Alberto Giaquinto/ ti giuro, ti giuro, non hanno vinto!”
Alberto è l’ultima, innocente, vittima della Strage di Acca Larentia.
“Avete inventato un mondo di storie/perché voi volete una cosa sola,/volete la fine dei camerati,/vi siete sbagliati,/proprio sbagliati./Celerino uomo di paglia/ vile assassino, sporca canaglia/ sparasti alla nuca come in battaglia/ Sparasti ad Alberto un ragazzo biondo…”Castel Camponeschi. Abbruzzo. Luglio del 1980. Terzo “Campo Hobbit”.  Ad un anno di distanza dalla morte di Alberto Giaquinto, i ragazzi del Fronte della Gioventù lo ricordano così, cantando con la voce rotta dalla commozione e dal dolore, una canzone che racconta la sua storia. Ad ammazzarlo è stato un poliziotto. Gli ha sparato alla nuca. Come solo i vigliacchi osano uccidere. Era alla manifestazione per il primo anniversario della strage di Acca Larentia, Alberto. A Roma, quartiere Centocelle.
Il 1978 è un anno maledetto. Di quelli che fanno da spartiacque nella storia d’Italia. Un anno che si apre con una lunga scia di sangue che sembra destinata a non interrompersi mai. Il 7 gennaio, sull’asfalto dell’Appio Latino, cadono Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, ammazzati senza pietà dai NACT, gruppo semisconosciuto di terroristi comunisti. La sera stessa, Eduardo Sivori, un ufficiale dei Carabinieri, spara ad altezza d’uomo sulla folla che si è radunata per rendere omaggio ai due missini uccisi. Stefano Recchioni, un militante di 19 anni di Colle Oppio, non ha scampo. Un proiettile calibro nove lo colpisce in piena fronte. Si spegnerà, dopo due giorni di agonia, al “San Giovanni”. È la terza vittima di Acca Larentia, ma non è l’ultima. Il 9 Maggio di quello stesso, dannato, anno, le Brigate Rosse fanno ritrovare in via Caetani il cadavere di Aldo Moro. Nel frattempo, a destra, sono nati i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari). Cominciano i primi morti per mano dei “neri”. Si parte con le pistole, poi si passa agli assalti alle armerie, alla fine si arriva direttamente ad usare le bombe a mano. La pioggia dell’inverno del ’78 ha lavato via le pozze di sangue di Franco, Francesco e Stefano davanti alla sezione del MSI di Acca Larentia. Ma nei cuori dei camerati, il ricordo dell’eccidio è ancora indelebile. Nessuno dei responsabili è stato punito. I “compagni” che hanno sparato, non sono mai stati individuati. Sivori, invece, è stato fatto allontanare da Francesco Cossiga in persona per “evitare eventuali rappresaglie”. In molti, proprio per questo motivo, hanno lasciato il partito. Si sono sentiti abbandonati. Dai dirigenti e da Giorgio Almirante in particolar modo, si aspettavano molto di più. Tanti di quelli che hanno militato nel MSI decidono che il gioco al massacro, messo in piedi dai comunisti, va fronteggiato con le loro stesse armi e passano con i NAR. Alberto Giaquinto no, lui non ci pensa nemmeno ad entrare in un gruppo eversivo. Ha solo 17 anni in quell’inverno del 1979. È poco più di un ragazzo. Studia al liceo “Peano”. È bello. Ha i capelli biondi. Si veste già da adulto, in giacca e cravatta, ma ha ancora il sorriso pulito di un bambino. Abita all’Eur. Va spesso al “Bar del Fungo”, noto nella zona perché frequentato da Franco Anselmi (l’estremista dei NAR ucciso nell’assalto all’armeria Centofanti). Ha una moto, una Honda, di cui va orgogliosissimo, la tiene come un gioiellino. Suo padre è proprietario di una farmacia ad Ostia. La famiglia è benestante e di questo, dopo la sua morte, si riuscirà a farne una colpa. Sono gli anni assurdi degli opposti estremismi, della lotta di classe ed essere “borghese” è un aggravante. O meglio, una scusante, se vieni ammazzato. Anche se a farlo è un poliziotto.È di destra, Alberto. Per l’età che ha, fa ancora parte del Fronte della Gioventù. Ma ha amici più grandi, del Fuan, gli universitari del MSI. Sono alcuni di loro, ad organizzare per il 10 gennaio, una manifestazione non autorizzata in ricordo della strage di Acca Larentia. Il problema non è il corteo, ma la zona che è stata scelta, quella di Centocelle, uno dei quartieri più “rossi” di Roma. Chiunque vada, rischia grosso. I “compagni” non aspettano altro che l’ennesimo scontro. Sì, perché solo ventiquattr’ore prima,  i NAR hanno fatto irruzione a “Radio città futura”, un’emittente dichiaratamente di sinistra. I conduttori avevano scherzato sul cognome di uno dei due missini uccisi all’Appio Latino, proprio nel giorno dell’anniversario: “Poracci, i ‘fasci’ so’ rimasti senza ‘na ciavatta”. I “neri” non perdonano. Entrano alla Radio, dove nel frattempo stava andando in onda una trasmissione femminista. Rovesciano una tanica di benzina nel locale. Danno fuoco a tutto. Bruciano. Sparano anche. Non muore nessuno, ma è comunque un gesto eclatante.Roma, quel giorno, non aspetta altro che il regolamento dei conti tra “fasci” e “compagni”. Alberto e molti altri ragazzi vogliono andare alla manifestazione. Non hanno intenti violenti. Solo l’imperativo, morale, categorico, di ricordare i loro camerati caduti un anno prima, esprimere la rabbia per un’indagine che non è mai decollata, senza colpevoli né sospetti. E con Sivori al sicuro, all’estero. Aspettano indicazioni dai quadri del partito. Nel primo pomeriggio, Gianfranco Fini (che, all’epoca, è il segretario nazionale del Fronte della Gioventù), dà il nulla osta. La rievocazione si farà, a Centocelle. Chissenefrega se rischia di scapparci il morto.È una vittima annunciata, Alberto Giaquinto. Ciò che nessuno si aspetta, però, è che il piombo sotto il quale cadrà è quello di un agente di pubblica sicurezza.In via dei Castani, Alberto, ci va in autobus. La moto la lascia a casa, non è il caso di rischiare di rovinarla. Ci va insieme ad Massimo Morsello (oggi scomparso anche lui, per un cancro, chiamato il “De Gregori Nero”, l’autore di Canti Assassini). Nessuno dei due conosce il quartiere. Quando arrivano, c’è un aria strana. La tensione è palpabile. Dall’altra parte della via c’è un corteo di donne che sta sfilando per protesta al raid dei Nar del giorno prima. All’improvviso, la situazione precipita. Alberto e un altro centinaio di ragazzi del MSI sono davanti alla sezione della DC, quando qualcuno prova ad assaltarla. Alla centrale operativa della questura arriva una chiamata: “sbrigatevi, che qui sfasciano tutto!”. Invece di una volante, arriva di corsa una Fiat 128 “civile”. Dentro ci sono due agenti in borghese. Uno dei due scende dalla macchina. Ha la pistola in mano. Vede distintamente che Giaquinto, Morsello e gli altri stanno scappando, in preda al panico. Sono di spalle. Nessuno lo aggredisce. Ma lui spara lo stesso. Ad altezza d’uomo. Il proiettile colpisce Alberto alla nuca. Cade a terra, in un lago di sangue.
 
 
 
 
Alberto come Franco, come Francesco, come Stefano.La polizia impiega più di mezz’ora per far arrivare l’ambulanza che lo porterà al “San Giovanni”. Quando i medici si chinano su di lui, respira ancora. Ma per poco. Alle 9 di quella stessa sera del 10 gennaio, dopo due ore di agonia, muore fra le braccia di sua madre.Dal giorno dopo, come avevano fatto per Recchioni, tutti i giornali mettono in atto una campagna denigratoria contro Giaquinto. I più “teneri” diranno che l’agente ha sparato solo ed esclusivamente per legittima difesa, perché Alberto impugnava un P38 (il vero scandalo è che questa tesi verrà accolta nel processo contro l’assassino di Giaquinto, puntualmente prosciolto da ogni accusa). Stessa scusa usata per infangare Stefano e scagionare Sivori. I “pennivendoli” più fantasiosi racconteranno che “nella giacca del ragazzo sono stati rinvenuti diversi proiettili”. Anche stavolta, come per il missino di Colle Oppio, nessuno avrà il coraggio di ammettere che gli  erano stati messi in tasca per “giustificare” il ferimento.Ma le parole più vergognose sono quelle scritte (e non firmate) in un articolo di Lotta Continua del 16 gennaio: “Quelli dell’Eur sono figli della ricchissima borghesia romana, questi rampolli da galera che hanno come loro ritrovo bar e locali. Questi assassini hanno vita facile nei loro quartieri. Possono permettersi di pestare, sfregiare, sparare”. Non basta, c’è di peggio. L’attacco è mirato e diretto: “La vicenda di Alberto Giaquinto è esemplare. Figlio di un ricchissimo farmacista, viveva in una lussuosissima villa al Fungo. Qui si incontrava con i suoi amici, che raccontano della sua passione per i film  pornografici (pura invenzione, ndr). Quando è stato ucciso, aveva una Walter P38, ma non ha fatto in tempo ad usarla. Studente per bene la mattina, terrorista la sera”. È bene ricordare che, quando muore, Giaquinto non ha neppure compiuto 18 anni. La pistola non è mai stata trovata. Chi era con lui, ha giurato che Alberto non ha mai tenuto in mano un’arma. Tanto meno quella sera maledetta. Non ha imparato niente, Adriano Sofri, dall’omicidio di Luigi Calabresi. Il suo modo di fare “giornalismo”, a distanza di sette anni, è rimasto lo stesso: raccogliere e diffondere false informazioni sulla vittima designata. Farne un mostro. Fomentare l’odio contro i “nemici del proletariato” scelti a caso, nel mucchio. Anche se il bersaglio è un ragazzino. Morto ammazzato. Da un poliziotto. Mentre era in strada per ricordare una strage contr i suoi camerati.Se quella di Acca Larentia fosse stata una macabra partita fra “compagni” e “guardie”, sarebbe finita in parità. Due morti a testa ed un unico popolo, quello di destra, a piangere i suoi caduti.La storia di Alberto Giaquinto è tragicamente simile e collegata a quella di Stefano Recchioni. Come se la morte, con un orribile gioco di coincidenze, avesse voluto proseguire quella sequenza di giovani, poco più che ragazzini, ammazzati da chi avrebbe dovuto proteggerli. Accusati, da morti, di essere criminali.“Alberto non era armato di nulla,/di nulla lo giuro, proprio di nulla/quel che avete detto, son tutte balle/sparaste alle spalle senza pietà/ sol perché credeva che è primavera/ e un sole di vita presto verrà/ e se t’hanno ucciso Alberto Giaquinto/ ti giuro, ti giuro, non hanno vinto!”
Alberto è l’ultima, innocente, vittima della Strage di Acca Larentia.
 
Micol Paglia
 
TRATTO DA:
 
 

lunedì 7 gennaio 2019

LA FABBRICA DELLA MENZOGNA


Bugiardi, sciacalli (e  guardoni!)

DA OLTRE 60 ANNI
Fabbricatori di false notizie
di false trame
di falsi colpevoli




Abilissimi nel passare
 da aggressori ad aggrediti


DA SEMPRE 
Con i poteri forti
Contro la Verità 
Contro gli Italiani