martedì 18 ottobre 2016
lunedì 17 ottobre 2016
APPUNTAMENTO DA NON PERDERE
Giovedì 20 Ottobre ore 20:00
IL RAGGRUPPAMENTO NAZIONALE CADUTI E REDUCI-RSI
( R.N.C.R.-R.S.I. ) / COMUNITA' IDEALE )
CON
ASSOCIAZIONE PENSIERO E TRADIZIONE
E
EXTREMA RATIO MANTOVA
ANNUNCIANO LA NASCITA DELLA
FEDERAZIONE R.N.C.R.-R.S.I.
" MAGGIORE FERRUCCIO SPADINI "
CHE SARA' ATTIVA NEL MANTOVANO PER
LA MEMORIA E L' ONORE DEI REDUCI R.S.I.
INTERVENGONO
BARBARA SPADINI (PRESIDENTE)
IVAN SOGARI (VICEPRESIDENTE)
DALLE ORE 20:00 DEL 20-10-2016
ALL' OSTERIA "DAL MOZZO"
Strada Montanara sud, 10 - Campitello (Mn)
AL TERMINE
CENA COMUNITARIA
PER INFO E PRENOTAZIONI
WWW.RNCR_RSI_MN@VIRGILIO.IT
AVANGUARDIA NAZIONALE BERGAMO
si complimenta per la Lodevole Iniziativa
e Augura alla
FEDERAZIONE R.N.C.R.-R.S.I.
" MAGGIORE FERRUCCIO SPADINI "
e ai suoi Fondatori e Sostenitori
Mille anni di Vita
IL FASCISMO NAZIONAL-POPOLARE "ALESSANDRO PAVOLINI" - del Prof. Roberto Mancini
ALESSANDRO PAVOLINI
Quanti Pavolini ci sarebbero serviti per vincere la guerra? O almeno per finire in maniera più dignitosa? Quelle che a prima vista possono apparire come le due anime dell’uomo e del gerarca, quasi come due personalità diverse: quella gentile e affabile, quella dell’ideatore dei Littoriali e del maggio fiorentino, quella del cultore di un’arte assolutamente libera, autorizzò tra l’altro la proiezione del film giudicato eretico "Ossessione di Luchino Visconti"; e quella del gerarca duro e intransigente, coerente fino al midollo dell’ortodossia fascista che lo porterà a morire con le armi in pugno.
In realtà non si trattava di due personalità diverse ma di un unico modo di concepire la vita che si plasma a circostanze e situazioni storiche. La sua anima malinconia lo portava a girare la sera per cimiteri, girovagando tra una lapide e l’altra.
Una sera del 1941, mentre passeggiava con Doris Durante disse all’attrice: "vorrei tanto che quel provvedimento di Mussolini fosse stato approvato". Di cosa si trattava chiese tutta incuriosita la diva del cinema. Pavolini lentamente rispose, "il Duce vorrebbe prolungare la tessera annonaria anche alla fine della guerra." E perché mai chiese l’attrice? La voce del ministro si fece roca, poi rispose "in questa maniera Agnelli sarebbe costretto a mangiare le stesse cose dei suoi operai."
Pavolini segretario del Partito fascista Repubblicano sapeva di dover morire, ma questo non gli importava più di tanto, non era tanto angosciato dalla morte ma dal come sarebbe morto. Il culto della bella morte ossessionò i suoi ultimi giorni di vita, non era tanto un fatto estetico, ma di coerenza politica, diceva sempre in quei drammatici ultimi giorni di Salò che era finalmente arrivato il momento di far seguire alle parole i fatti. A suo avviso con la fine del fascismo finiva tutto, non si doveva pensare al dopo, niente alleanze con i partigiani non comunisti, niente dopoguerra dove poter portare la propria esperienza,la coerenza imponeva soltanto di morire bene Il ridotto della Valtellina tutti insieme, guardandosi negli occhi per difendere un brandello di idea, un mondo al tramonto, una civiltà alla fine. Ma nemmeno questo gli fu concesso, pregò fino all'ultimo Mussolini di non salire su quel camion tedesco, di rimanere tutti insieme tra italiani, ma le cose come è noto andarono in maniera diversa.
I suoi esordi erano stati molto diversi. Nato a Firenze nel 1903, in una famiglia votata alla cultura, fin da ragazzo unì l’amore per la letteratura e la scrittura a una grande passione civile e politica. Interventista, benché adolescente e impossibilitato a partecipare alla Grande Guerra, dopo il conflitto aderisce al fascismo e,poco più che diciottenne, ma già squadrista veterano, partecipa alla marcia su Roma. Tra le opere che portano la sua firma ricordiamo: la stazione centrale di Firenze Santa Maria Novella, l’autostrada Firenze mare. Durante il periodo della RSI restano le parole di Pino Romualdi:
"povero caro Sandro! Mentre ricordo le sue ore amare e dolorose di quei giorni,risento il suono delle sue ultime parole e rivivo i particolari dei suoi ultimi gesti, la figura di Alessandro Pavolini mi sembra staccarsi sempre più netta dalla massa di tutti gli uomini che in vent’anni e più servirono Mussolini. Contro di lui si accanisce oggi il risentimento e l’odio dei vili e dei tiepidi di ogni colore. I nuovi duri gli muovono una infinita di critiche; nessuno però ha il coraggio di confessare che se avessimo avuto tutti la sua decisione e la sua indomabile fierezza ci saremmo trovati, come avevamo sempre sognato, uniti intorno a Mussolini, per difendere ad oltranza la vita dei nostri uomini e la dignità della nostra bandiera."
Siamo quindi tornati al punto di partenza. La sua fede incrollabile e la sua coerenza hanno FATTO PAURA AI SUOI STESSI UOMINI E AI SUOI AMICI Più CARI. Uomini del genere fanno paura perché ci mettono drammaticamente davanti a quello che siamo nella nostra piccolezza nel perenne conflitto tra l’infinitezza dell’ideale e la finitezza del reale. Vorremmo tanto essere come loro ma non abbiamo spesso gli attributi perciò cerchiamo in tutte le maniere di metterli in cattiva luce per sembrare così noi meno deboli e pusillanimi. Nel periodo della Repubblica Sociale, non ci poteva più essere posto per i deboli lì si andava soltanto a morire per riscattare l’onore tradito, non ci potevano essere dubbi. Il fascismo doveva divenire assolutamente intransigente perché i posteri ci avrebbero giudicato per i nostri comportamenti
Pavolini, in quest’epoca di mediocri, in questa società del politicamente corretto, del sapersi arrangiare all’italiana, di salire il più velocemente possibile sul carro dei vincitori deve essere trasmesso ai più giovani che devono capire che non si può sempre scendere ad ignobili compromessi, ma rimanere sé stessi rappresenta un vero atto rivoluzionario contro tutto e contro tutti. Nel poster che ho davanti a me mentre scrivo questi appunti troneggia la sua immagine e sotto c’è scritto;
"dopo l’8 settembre abbiamo imparato a conoscerci meglio. Questa è la stagione in cui non basta più il distintivo all’occhiello occorre la vecchia e inconfondibile camicia nera, uniforme di milizia."
PRETI UCCISI NELLA GUERRA CIVILE
(
note raccolte da varie fonti a cura di Barbara Spadini)
Preti
uccisi nella guerra civile: in realtà oggi gli storici accreditati dal sistema
utilizzano il termine “guerra di liberazione” : questa definizione non è accettabile
in quanto giustificativa e giustificatoria di morti occultate ed obliate dovute
ad una guerra di italiani contro italiani .
La
mistificazione è in agguato da settant’anni, quindi: ma la realtà è ben differente, se vogliamo rendere conto di fatti e non
sottoscrivere giustificazioni che
sembrano “dovute azioni riparatrici” al
cosiddetto “male assoluto”.
Si
parla di sacerdoti uccisi tra il 1943 e il 1945 , alcuni anche ben dopo quell’anno:
ebbene la prima cosa che possiamo dire con certezza fattiva è che la resistenza italiana sul suo grande bandierone rosso ha almeno tre macchie nere, indelebili e
ingiustificabili a tutti gli effetti, rimanendo in tema di fatti storici :
1- Il
massacro delle Ausiliarie RSI, donne
italiane in divisa ma non armate
2- L’omicidio
efferato di molti giovanissimi allievi ufficiali e militi della RSI freddati dopo che si erano arresi
3-
La mattanza dei preti, avvenuta principalmente nelle zone del Confine
orientale, nel triangolo della morte fra le province di Modena, Reggio e Bologna e nella zona Apuana della Toscana
, ma anche altrove, in Piemonte,Liguria e Lombardia.
Il
numero dei preti uccisi resta un dibattito aperto: le fonti accreditate parlano
di oltre cento sacerdoti uccisi e a dire il vero non sono riuscita a calcolare la cifra esatta
per la non facile sinossi delle fonti, poche e superate dal punto di vista
storico.
Su
quest’argomento vi sono alcuni libri che parzialmente mettono in luce la
programmatica, efferata, capillare eliminazione dei sacerdoti emiliani insieme-
e parlo della sola Emilia Romagna- a altre quasi ventimila persone di
tradizione cattolica ( non sempre di simpatie fasciste, e parlo di civili) che
ci fa ben comprendere quanto la
religione fosse d’ostacolo per poter mettere in atto l’avanzata strategica di quel regime
comunista e ateo che si radicava grazie alle manovre togliattiane, già
cittadino sovietico da un lato ed alle pressioni titine all’Est
dell’italia.
Per
i comunisti i parroci erano tra gli oppositori più efficaci, quindi molto
pericolosi. Avevano confessionali in cui emergeva , tra un peccato e l’altro,
anche la verità sulla violenza rossa
che, fuori, nessuno osava dire.
Avevano
pulpiti da cui parlare e condannare, gente ad ascoltare. Erano organizzati con
oratori, consigli comunali, formavano diocesi. Quattro volte più numerosi di
oggi, erano disseminati ovunque. Più dei carabinieri, più dei farmacisti.
Persino più delle case del popolo. E se la loro parrocchia disponeva di
benefici terrieri, ebbene, erano da odiare due volte, una perché preti, l'altra
come padroni, e rientravano perciò doppiamente in quell'assunto che, dalla fine
della guerra, girò per anni tra le squadre d'azione comunista, in cellula e
nelle case del popolo:
«Se
dopo la liberazione ogni compagno uccidesse il proprio parroco e ogni contadino
il padrone, il problema sarebbe già risolto».
Si
può sostenere - come riteneva anche lo
storico Marco Pirina - che «chi
pianificò l’uccisione di preti lo fece con uno scopo ben preciso: scardinare il
controllo culturale sulle masse proletarie. Furono scelti soprattutto parroci
di campagna, dove più radicata era la tradizione religiosa»; però è difficile
negare che «il movente - testimoniò un sacerdote emiliano - è stato identico
per tutti: liberarsi di una presenza scomoda, castigare chi predicava pace, chi
si adoperava per salvare vite umane, chi deplorava l’odio e le stragi. Tanti
nostri preti hanno pagato con la vita una semplice espressione di dissenso
pronunciata durante una predica, in chiesa. Molti altri sono stati uccisi solo
perché indossavano una tonaca».
Riguardo
alle morti dei sacerdoti, nell'immediato dopoguerra una prima e incompleta ricognizione
del fenomeno venne realizzata da Luciano
Bergonzoni e Cleto Patelli, che trattarono l'argomento in una sezione della
loro opera Preti nella tormenta; per
i due autori, i sacerdoti uccisi furono «martirizzati».
Più
organico e sistematico fu l'approccio di Lorenzo
Bedeschi negli anni Cinquanta: dai risultati della sua analisi, pubblicati
nel volume L'Emilia ammazza i preti,
emerse che 52 ecclesiastici (definiti «martiri» anche in questo testo) furono
uccisi nella fascia di territorio che va «da Rimini a Piacenza, da Modigliana a
Guastalla».
Più
di recente il giornalista e scrittore Roberto
Beretta, collaboratore del quotidiano cattolico Avvenire, nella sua Storia dei preti uccisi dai partigiani
ritenne di aver individuato un denominatore comune a tali episodi e chiamò
quella serie di uccisioni «strage dei preti».
Già
nei primi anni Cinquanta, sulla scia dei fatti delittuosi, il vescovo di Reggio
Emilia, Beniamino Socche, a capo di un comitato appositamente istituito, tentò
di ottenere l'autorizzazione a erigere un monumento al cosiddetto «prete
ignoto», ma la sua iniziativa non ebbe successo.
Nella
primavera del 1990 i familiari superstiti di alcune delle vittime delle quali
non fu mai ritrovato il corpo pubblicarono una lettera aperta, chiedendo
quantomeno indicazioni per rintracciare le spoglie e dar loro sepoltura. Alcuni
mesi dopo, il 29 agosto, fu pubblicata sul quotidiano bolognese Il Resto del
Carlino una lettera del parlamentare comunista ed ex-partigiano Otello Montanari, inviata anche
all'Unità, ma da questo quotidiano non pubblicata. Nella lettera Montanari
premise che bisognava distinguere tra "omicidi politici", ovvero
commessi in ragione del ruolo esercitato dalla persona uccisa ed
"esecuzioni sommarie", ovvero uccisioni indiscriminate di avversari
politici e oppositori; e invitò chiunque sapesse come ritrovare le spoglie
delle persone uccise (aggiungendo: «Io non lo so») a dare le necessarie
informazioni. Dopo la pubblicazione di tale lettera, Montanari ebbe gravi
difficoltà nel partito, all'interno del quale fu aspramente contestato e fu
inoltre escluso dal Comitato Provinciale dell'ANPI, dalla Presidenza
dell'Istituto Cervi e dalla Commissione regionale di controllo.
I
coniugi Elena Aga-Rossi (docente
universitaria di Storia contemporanea) e Victor
Zaslavsky (esperto di storia dei rapporti italo-sovietici), dopo l'apertura
degli archivi di Stato dell'ex-URSS, ebbero lo spunto per una nuova analisi di
tali avvenimenti alla luce dei rapporti del PCUS con i suoi partiti fratelli
(ivi incluso, quindi, il PCI). La tesi dei due studiosi, esposta anche in
un'intervista allo stesso Roberto Beretta dalle colonne di Avvenire, è che il
PCI all'epoca, se non proprio favorì, quantomeno tollerò e coprì la
soppressione di esponenti di categorie (borghesi, sacerdoti, possidenti) che in
un'ottica di breve-medio periodo potessero costituire un impedimento materiale
e culturale-ideologico all'espansione comunista; infine, per quanto riguarda le
cause della debolezza, quando non del silenzio, da parte cattolica nel
denunciare tali fatti, Aga-Rossi e Zaslavsky ipotizzano che il clero temette di
vedersi rinfacciata una qualsivoglia forma di adesione al passato regime
fascista, sebbene tale aspetto della questione sia ancora lungi dall'essere
storicamente indagato a fondo.
Mentre
in Piemonte e in Lombardia, la strage infuriò per pochi giorni, esaurendosi
entro il mese di maggio e mentre nella Venezia-Giulia la barbara ondata slava
durò praticamente quaranta giorni e si arrestò allorché Trieste e Gorizia
passarono sotto il controllo anglo-americano, la regione emiliana venne
funestata ancora per lunghi mesi da atroci fatti di sangue. Causa principale di
questo fenomeno fu la presenza, nella regione, di centinaia di vecchi esponenti
comunisti. Con l’arrivo degli americani a Bologna, gli enti locali, i
sindacati, le cooperative, gli organi di polizia, tutto passò nelle mani di
uomini di fiducia del Partito Comunista. La conseguenza fu che il terrore, di
pretta marca bolscevica, si abbatté sulle popolazioni. Antichi rancori,
vendette personali e odio politico si fusero esplodendo in un’atroce, incredibile
e inarrestabile catena di omicidi, stragi collettive e angherie senza nome. L’epicentro
fu nel «Triangolo della morte», cioè nella zona compresa tra i centri di
Castelfranco Emiliano e Spilamberto nel modenese, e San Giovanni in Persiceto
nel bolognese. «Nella provincia di Modena, i partigiani comunisti, arrestati e
processati per omicidi e reati comuni, furono più di seicento. Molti furono
condannati e finirono in galera. Moltissimi ripararono a Praga, tramite
l’ufficio espatri clandestini della federazione comunista modenese» (…)
1-il
parroco di Crocette, frazione di un migliaio di anime, a 3,5 km da Pavullo
(Modena, don Luigi Lenzini,
sessantenne, c’era da molto tempo e lo consideravano tutti per la sua parola
decisa e il suo dire pane al pane e vino al vino. Tipo chiaro e nodoso, come
certi quercioli che non piegano a nessun vento. Tardissimo – saranno state le
2,00 dopo mezzanotte – sentì bussare alla porta e andò alla finestra in camicia
da notte. Gli dissero di scendere che avevano bisogno. Voci sconosciute e
indistinte. Si scusò di non poter scendere per la vecchiaia e l’ora tardissima.
Ma quelli non si diedero per vinti. Dopo aver insistito invano, si buttarono
contro la porta della canonica; poi sfondarono una finestra ed entrarono.
Quanti erano? Due o tre? Don Lenzini, che aveva intuito subito tutto, cercò di
sgusciare per la canonica nella chiesa e si appiattì dietro l’altare maggiore.
Ma qualcuno era pratico di tutto. Lo presero. «Lasciate almeno che mi vada a
vestire». Niente! Lo trascinarono via com’era, in camicia. Il venerando
sacerdote si raccomandava e qualcuno pare abbia udito i suoi lamenti nella
notte. Fuori era caldo. Si allontanarono dal paese e lo spinsero a calci e
urtoni in una vigna vicina. Lì lo sottoposero a torture che qui non abbiamo il
coraggio di descrivere: il pudore ce lo impedisce. Poi gli levarono gli occhi e
lo seppellirono, dopo averlo strangolato. Nella tragica vigna si vedeva una
testa che emergeva dal terriccio smosso. Qualche giorno dopo se ne accorsero
tutti e alcune persone pietose gli diedero sepoltura.
2-
Il canonico don Giuseppe Guicciardi
era parroco sull’Appennino, a Mocogno (Modena), un paesetto a 2,5 km da Lama, a
800 metri sul livello del mare. Questo fatto capitò precisamente il 10 giugno
1945. Fu una sera. Il parroco andò ad aprire ad alcuni tizi, i quali, entrati,
gli chiesero da mangiare, dicendo di essere affamati. Mise loro davanti quel
che aveva in casa. Poi, quelli, mangiato che ebbero, chiesero vestiti, coperte
e soldi; volevano anche un grammofono. E poiché il prete tergiversava, andarono
di là nello studio e presero quei soldi che trovarono, il poco denaro della
fabbriceria destinato ad un «ufficio». Rovistarono da ogni parte e portarono
via quello che faceva loro comodo, anche la biancheria personale del parroco.
Parevano sazi, ormai, e stavano per andarsene. Si avviarono all’uscio e il
parroco già ne ringraziava Dio nel suo cuore, quando uno di loro, voltandosi
improvvisamente, come per salutare, gli scaricò addosso una pistola, così a
freddo. Il vecchio sacerdote cadde bocconi e non si mosse più. Uno di loro,
sbattendo l’uscio, disse un po’ eccitato: «Perché l’hai fatto? Ce n’era proprio
bisogno»? Ma l’assassino rispose: «I preti bisogna ucciderli tutti: uno alla
volta; ma bisogna toglierli di mezzo»! E si perdettero nel buio con la
refurtiva. La canonica di Mocogno è un po’ lontana dall’abitato centrale. La
gente si accorse dell’efferato delitto solo la mattina dopo, perché la Messa
non suonava come al solito. Fra le carte del santo parroco fu trovato una
specie di diario in cui egli aveva offerto la propria vita al Papa, durante i
tragici mesi del fronte, per la salvezza dei peccatori e la fine della guerra.
Il suo assassino fu pescato, un giorno, mentre passava per strada. Individuato,
i carabinieri lo inseguirono. Cercò prima di fuggire, poi tentò di liberarsene
sparando su di loro, ma fu freddato prima che ne avesse il tempo. Indosso aveva
ancora la camicia del povero parroco massacrato quella notte del 10 giugno!
3-Don Giuseppe Preci, sessantadue anni. A
Montalto di Zocca (metri 800), di notte, c’è da avere del coraggio a starci,
anche senza guerra e… dopo guerra! Confinato lassù, tra castagni e faggi, c’è
da fare ad arrivarci da Zocca (Modena) in tre quarti d’ora in macchina. Il
parroco, don Preci, era un tipino sottile e deciso, pronto ad ogni ora per il
suo popolo. E quando lo vennero a destare, quella notte del 24 maggio 1945,
perché andasse da un ammalato, non ci pensò due volte ad uscire. Si vestì e
andò in chiesa a prendere i Sacramenti, il Viatico e l’Olio santo. Uscito sul
sagrato, le due persone che lo avevano chiamato lo pregarono di fare presto. E
lo pregarono di andare avanti. Il sacerdote ubbidì, sia pure a malincuore, e si
raccomandò a Dio. Del coraggio ne aveva sempre avuto, lui. Ma una scarica di
mitra lo fulminò. Cadde, e il suo sangue bagnò la stradicciola che prendeva dal
sagrato. Il prete rimase lì con i Sacramenti, sotto gli abiti insanguinati,
fino al mattino dopo.
E’ curioso che il Paese che si dedica da decenni alla
commemorazione delle stragi (a cui sono state intestate vie, convegni e perfino
delle commissioni parlamentari), non si sia mai voluto accorgere della strage
dei preti italiani. Qualche faro si è acceso e qualche riconoscimento di
eroismo è arrivato solo per i preti che hanno avuto la ventura di essere
massacrati dai nazisti. Ma di solito se n’è fatta occasione di propaganda. E’
il caso del martirio di don Giovanni
Fornasini, ucciso dai tedeschi a Marzabotto. A lui – protestò l’Osservatore
romano – “forse per errore o albagia propagandistica fu concessa la Medaglia
d’oro al merito partigiano. Uno scherzo della storia!” polemizzò il giornale
vaticano. “Egli fu soltanto ‘partigiano’ di Dio, ucciso perché lottava per la
salvezza delle anime, detestava la violenza, ligio solo alle verità
evangeliche, protettore degli innocenti, condannando partigiani e soldati per
lo scempio delle popolazioni inermi”. Come gli altri parroci uccisi. Don Giuseppe Jemmi per esempio aveva
anche eroicamente aiutato la Resistenza e fu pure arrestato dai tedeschi. Poi
però fece sentire la sua voce di pastore contro gli omicidi dei partigiani:
“Fratelli, sta scritto: non ammazzare! Non macchiatevi le mani di sangue. Non
ascoltate la tentazione della vendetta. Non siate i figli di Caino…”. Così fu
ammazzato lui stesso il 19 aprile 1945 e la sua splendida figura è rimasta
sconosciuta.
AVANGUARDIA NAZIONALE TRIESTE
Nasce oggi " LA TERRA DEGLI AVI ",
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domenica 16 ottobre 2016
17 OTTOBRE 1907 : NASCE L' ATALANTA
Nel mese di ottobre del 1907, alcuni studenti liceali fondano la Società Bergamasca di Ginnastica e Sports Atletici "Atalanta". Atalanta è il nome di una dea della mitologia greca. Nel 1913 nasce la sezione calcio e il 1914 è l’anno del riconoscimento ufficiale della società calcistica.
Negli stessi anni la Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma assorbe il Football Club Bergamo e nel marzo 1913 inizia l'attività ufficiale.
La federazione nazionale nel 1919 pone fine, però, alla crescente rivalità tra Bergamasca e Atalanta, imponendo l’esistenza nella città di Bergamo di una sola squadra nella prima categoria. Uno spareggio in campo neutro decide che sarà l’Atalanta a rappresentare i tifosi orobici nel mondo del calcio.
Nel febbraio 1920, comunque, i due sodalizi si fondono, arrivando nel tempo alla definitiva denominazione di “Atalanta Bergamasca Calcio”. Anche la maglia di gioco diventa neroazzurra, prendendo il nero dalla bianconera a fasce dell’Atalanta e l’azzurro dalla Bergamasca.
La storia del sodalizio sportivo è di tutto rispetto: è la squadra di una città non capoluogo di regione con il maggior numero di partecipazioni in serie A, da qui il titolo di “Regina delle Provinciali”; raggiunge la semifinale di Coppa delle Coppe nel 1988 e vince la Coppa Italia nel 1963; conquista 13 promozioni in serie A, di cui sei vincendo il torneo cadetto.
Negli stessi anni la Società Bergamasca di Ginnastica e Scherma assorbe il Football Club Bergamo e nel marzo 1913 inizia l'attività ufficiale.
La federazione nazionale nel 1919 pone fine, però, alla crescente rivalità tra Bergamasca e Atalanta, imponendo l’esistenza nella città di Bergamo di una sola squadra nella prima categoria. Uno spareggio in campo neutro decide che sarà l’Atalanta a rappresentare i tifosi orobici nel mondo del calcio.
Nel febbraio 1920, comunque, i due sodalizi si fondono, arrivando nel tempo alla definitiva denominazione di “Atalanta Bergamasca Calcio”. Anche la maglia di gioco diventa neroazzurra, prendendo il nero dalla bianconera a fasce dell’Atalanta e l’azzurro dalla Bergamasca.
La storia del sodalizio sportivo è di tutto rispetto: è la squadra di una città non capoluogo di regione con il maggior numero di partecipazioni in serie A, da qui il titolo di “Regina delle Provinciali”; raggiunge la semifinale di Coppa delle Coppe nel 1988 e vince la Coppa Italia nel 1963; conquista 13 promozioni in serie A, di cui sei vincendo il torneo cadetto.
Bergamo:Atalanta-Dominante Genova, 23 dicembre 1928,
inaugurazione stadio "Mario Brumana"
Milano, 2 giugno 1963: il capitano atalantino Piero Gardoni solleva la Coppa Italia
accanto ad Angelo Domenghini, capocannoniere dell'edizione
e protagonista della finale con la sua decisiva tripletta al Torino.
LO STEMMA
La denominazione della società deriva dalla figura mitologica di Atalanta.
Spesso la società bergamasca viene soprannominata la Dea,
seppur in maniera erronea. Infatti, la bellissima eroina da cui si era preso spunto
non era effettivamente una divinità, bensì la figlia di Iaso, re dell'Arcadia.
Il logo ufficiale della squadra è costituito proprio dal viso della principessa,
ritratto di profilo, su sfondo nerazzurro
La vecchia versione del logo
Il logo attuale
giovedì 13 ottobre 2016
E' MORTO DARIO FO : NON CI MANCHERA'
Tralasciamo ogni ulteriore commento rimandando al video di Ercolina Milanesi,
per due anni sua compagna di classe in una scuola di Varese.
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