martedì 20 marzo 2018

A DIEGO ED ENRICO, QUEI RAGAZZI CHE (QUASI) NESSUNO RICORDA

 

ENRICO E DIEGO, PRESENTI !


Alessandria 24.03.1985 - Tutte le strade, principali e secondarie, di accesso alla città di Alessandria, in Piemonte, erano sorvegliate dalle forze dell’ordine sia per l’arrivo dei rappresentanti del Governo Craxi, il Ministro del Tesoro, Giovanni Giuseppe Goria, e il Ministro del Bilancio, Pier Luigi Romita, sia per le manifestazioni di protesta antinucleare nel Comune di Trino Vercellese. Quattro militanti, Andrea Cosso, 23 anni, Diego Macciò, 22 anni, Enrico Ferrero e Raffaella Furiozzi 19 anni, del gruppo “Vento del Nord”, organizzazione di filiazione giovanile degli Arditi d’Italia, ricostituita a Torino nel 1975 con sede in via Verdi, viaggiavano su una Fiat 127 di colore bianca, regolarmente intesta ad Andrea Cosso,
provenienti da Roma, sull’autostrada Torino - Piacenza. Raggiunto il casello di San Michele di Alessandria ovest, decisero di lasciare l’autostrada per risparmiare denaro.
Erano le 8 e 40 circa quando l’autovettura fu fermata da un posto di blocco della Polizia per un normale controllo. A bordo, sui sedili anteriori, Andrea Cosso e Diego Macciò, sui sedili posteriori, invece, Enrico Ferrero e Raffaella Furiozzi, fidanzata di Macciò. L’agente di pubblica sicurezza, Maurillo Pastorino, si avvicinò per chiedere i documenti e successivamente si avviò nell’auto di servizio per controllare i nomi con la Centrale Operativa. Dal calcolatore, fu evidente che il guidatore, Andrea Cosso, aveva pendenze con i Nuclei Armati Rivoluzionari. L’agente Pastorino ritornò verso la macchina ma tenendosi al centro del piazzale. A quel punto la situazione precipitò. Dallo sportello di sinistra uscì Andrea Cosso che tentò di sparare con la sua pistola 7,65 ma il carrello si inceppò. Caricò nuovamente e colpi l’agente Pastorino alla gamba che cadde. Da terra, Pastorino, rispose al fuoco ferendo, non gravemente, Andrea Cosso, ma uccidendo sul colpo Diego Macciò mentre scendeva dallo sportello di destra. Intanto gli altri due agenti di pubblica sicurezza, posizionati sul retro dell’autovettura, iniziarono a sparare con le mitragliette riducendo in brandelli Enrico Ferrero che tentava di scende dalla macchina. Sul posto arrivarono altre pattuglie e le ambulanze che trasportarono i feriti in ospedale, nelle celle di sicurezza, mentre i morti furono portati all’obitorio per gli accertamenti del caso. Intanto nell’autovettura furono ritrovati un fucile a canne mozze, due pistole, una bomba a mano da esercitazione militare, documenti e indirizzi, stemmi, gagliardetti, aquile e svastiche. Andrea Cosso si era congedato dal corpo dell’Aeronautica Militare iniziando ad avere contatti sia con Terza Posizione che con i Nuclei Armati Rivoluzionari. Infatti il suo compito era di accompagnare in auto attraverso il confine francese alcuni dei capi del calibro di Stefano Soderini e Pasquale Belsito. Alla fine degli anni settanta aveva partecipato alla gazzarra neonazista a Varese contro la squadra israeliana di pallacanestro del Maccabi. Nel 1882 fu arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata. Le accuse furono ridimensionate in favoreggiamento e ben presto uscì di prigione. Diego Macciò fu volontario nei paracadutisti, torinese, di origine, ma con lunghi anni di vita a Milano, dove
frequentò il Fronte della Gioventù. In realtà di trattava del vero uomo di collegamento tra il gruppo torinese e il capo dei Nuclei Armati Rivoluzionari, Cavallini. Enrico Ferrero e Raffaella Furiozzi, figlia di un agente di cambio, di buona borghesia, erano noti solo per aver partecipato a qualche volantinaggio del Fronte della Gioventù di Torino. La Magistratura di Alessandria puntò le indagini su due possibili obiettivi per i militanti della destra eversiva. Una rapina di armi nel vicino deposito dell’Aeronautica Militare di Castello d’Annone e degli Artiglieri; un tentativo di sequestro di persona. Potevano compiere una rapina o un sequestro dal momento che viaggiavano su una innocua Fiat 127 regolarmente intestata? Dopo poco, gli inquirenti, indirizzarono le indagini soprattutto nel mettere a fuoco quell’ambiente di piccole violenze ordinarie torinesi, perquisendo alcune sedi del Movimento Sociale Italiano e il circolo “Vento del Nord”. Il Procuratore della Repubblica, Buzio, diede il suo benestare per i solenni funerali dei due caduti.
Enrico Ferrero: Presente!



E’ domenica mattina, del 24 marzo 1985, quando quattro camerati, Andrea Cosso, Enrico Ferrero , Raffaella Furiozzi e Diego Macciò, provenienti da Roma stanno viaggiando su una innocua "127" regolarmente intestata ad Andrea Cosso, sull’autostrada Torino - Piacenza, in direzione di Torino, raggiunto il casello San Michele di Alessandria ovest, decidono di lasciare l’autostrada, per risparmiare denaro".

All’uscita del casello, una pattuglia della Polizia, in posto di blocco intende controllare la loro auto. Quell’incontro con la polizia diviene una tragica variante del loro ritorno a casa. La reazione dei quattro, contro le divise è automatica, ingaggiano una controversa e tragica sparatoria, ancora tutta da chiarire. 

La televisione e la stampa, dicendo menzogne, affermano che i quattro avevano in macchina una santa barbara, in vero avevano con se, una Beretta in efficienza, un'altra molto vecchia, un fucile a canne mozze, una bomba a mano da esercitazione militare; e poi documenti ed indirizzi, stemmi, gagliardetti, aquile e svastiche com' è nella tradizione dei giovani fascisti raccoglitori di feticci. 

Enrico Ferrero, viene fulminato dalla Polizia stradale di Alessandria insieme al 22enne Diego Mancciò 


Diego Macciò: Presente!

 

Diego Macciò, è fidanzato con la camerata Raffaella Furiozzi, insieme fanno parte dell’organizzazione torinese il "Vento del nord", una specie di filiazione giovanile degli "Arditi d' Italia", ricostituiti a Torino nel 1975.
Ha ventidue anni, quando viene fulminato con Enrico Ferrero dai colpi della polizia.





 
 
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SE OGGI CI FOSSE CESARE MORI ...

 
 

IL 21 MARZO . . . E CESARE MORI

 
Tanti si chiederanno il perchè di questo titolo:
perchè abbinare il 21 Marzo al Prefetto Mori ?
Perchè oggi è la Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, che dal 2016 lo Stato italiano ha riconosciuto come celebrazione nazionale fissata al 21 marzo
 
SE AVESSIMO AVUTO TANTI COME LUI 
NON CI SAREBBE STATO
BISOGNO DI QUESTA GIORNATA
PERCHE' LA MAFIA SAREBBE MORTA E SEPOLTA
  
Mori, uomo scomodo come tanti, morì dimenticato dalle istituzioni
 ma il suo operato,al servizio della società civile
non si potrà mai dimenticare:
 fu capace di stroncare le ali alla mafia e tenerla a bada per almeno dieci anni.
 Chissà cosa sarebbe oggi l'Italia
se ai vertici avessimo avuto tanti Cesare Mori
  





Cesare Primo Mori -Pavia, 22 dicembre 1871 – Udine, 6 luglio 1942- 

Nei primi anni di vita crebbe nel brefotrofio di Pavia con i nome e cognomi provvisori Primo Nerbi (in quanto fu il primo orfano ad essere accolto: Primo resterà comunque il suo secondo nome); fu riconosciuto dai suoi genitori naturali nell'ottobre del 1879. Studiò presso l'Accademia Militare di Torino, ma avendo sposato una ragazza, Angelina Salvi, che non disponeva della dote richiesta dai regolamenti militari dell'epoca, dovette dimettersi. Passò quindi in polizia, operando prima a Ravenna, poi, nel 1904, a Castelvetrano, in provincia di Trapani.

A Castelvetrano, nel trapanese, Mori cominciò subito ad agire energicamente, usando quegli stessi metodi decisi, inflessibili e poco ortodossi che riprenderà - con un'autorità ed una libertà di azione incomparabilmente superiori - molti anni dopo in tutta la Sicilia. Compì numerosi arresti e sfuggì a vari attentati: fu infinite volte denunciato per Abuso di potere ma sempre assolto; una volta fu anche rinviato a giudizio ma fu fatta una particolare amnistia.[senza fonte]

Scrisse il Procuratore Generale di Palermo:
« Finalmente abbiamo a Trapani un uomo che non esita a colpire la mafia dovunque essa si alligni. Peccato, purtroppo, che vi siano sempre i cosiddetti "deputati della rapina" contro di lui... »
Mori fu poi trasferito a Firenze nel gennaio del 1915, con la carica di vicequestore. In seguito ad un inasprimento della situazione in Sicilia, coincidente con l'inizio della guerra, vi fu rimandato al comando di squadre speciali mirate ad una campagna contro il brigantaggio le cui file si erano ingrossate con i renitenti alla leva. Nel corso dei suoi rastrellamenti, Mori si distinse ancora una volta per i suoi metodi energici e radicali. A Caltabellotta, in una sola notte, fece arrestare più di 300 persone; nel complesso, ottenne risultati molto positivi. Quando i giornali parlarono di "Colpo mortale alla mafia", Mori dichiarò ad un suo collaboratore: 
« Costoro non hanno ancora capito che i briganti e la mafia sono due cose diverse. Noi abbiamo colpito i primi che, indubbiamente, rappresentano l'aspetto più vistoso della malvivenza siciliana, ma non il più pericoloso. Il vero colpo mortale alla mafia lo daremo quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d'india, ma negli ambulacri delle prefetture, delle questure, dei grandi palazzi padronali e, perché no, di qualche ministero. »
Promosso e decorato con medaglia d'argento al valore militare, Mori passò successivamente a Torino come questore, poi a Roma e a Bologna.
Con la carica di Prefetto di Bologna dall'8/2/1921 al 20/8/1922, Cesare Mori fu - da ligio servitore dello Stato deciso ad applicare la legge in modo inflessibile - tra i pochi membri delle forze dell'ordine ad opporsi allo squadrismo dei fascisti.
Il crescendo della tensione politica avvenne in seguito al ferimento di Guido Oggioni, fascista e vicecomandante della "Sempre Pronti", mentre tornava da una spedizione punitiva contro i "rossi", e all'uccisione di Celestino Cavedoni, segretario del Fascio. Mori si oppose alle rappresaglie violente e alle spedizioni punitive dei fascisti, inviando contro di loro la polizia, e fu per questo ampiamente contestato. Ad un ufficiale che gli confessava di supportare la "gioventù nazionale" di Mussolini, Mori avrebbe risposto equiparando i fascisti ai "rossi":
Si ritirò in pensione nel 1922 a Firenze, assieme alla moglie.
Per la sua fama di uomo energico e di uomo non siciliano (non in contatto con la mafia locale) ma conoscitore della Sicilia, fu richiamato in servizio all'inizio di giugno del 1924 dal ministro dell'Interno Federzoni. Fu nominato prefetto e inviato a Trapani, dove arrivò il 2 giugno 1924 e dove rimase fino al 12 ottobre 1925. Come primo provvedimento ritira subito tutti i permessi d'armi, e nel gennaio 1925 nomina una commissione provinciale che provvede ai nullaosta che rende obbligatori per il campieraggio e la guardianìa, attività tradizionalmente controllate dalla mafia.
Dopo l'ottimo lavoro in provincia di Trapani, il 20 ottobre 1925 Benito Mussolini nomina Mori prefetto di Palermo, con poteri straordinari e con competenza estesa a tutta la Sicilia, al fine di sradicare il fenomeno mafioso nell'isola. Questo il testo del telegramma inviato da Mussolini: «vostra Eccellenza ha carta bianca, l'autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno, non costituirà problema, noi faremo nuove leggi».
Mori si insediò quindi a Palermo il 1 novembre dello stesso anno e vi rimase fino al 1929. Qui attuò una durissima repressione verso la malavita e la mafia, colpendo anche bande di briganti e signorotti locali, anche attraverso metodi extralegali (fra cui la tortura, la cattura di ostaggi fra i civili e il ricatto), con l'esplicito appoggio di Mussolini, otterrà significativi risultati e la sua azione continuerà per tutto il biennio 1926-27. Secondo Saverio Lodato e Marco Travaglio "spesso, al prefetto di ferro scivolava la mano anche nei confronti degli oppositori politici - socialisti e comunisti - nell'illusione che la lotta alla mafia desse la possibilità di fare due servizi con un viaggio solo", sebbene Mori "arrestava anche fascisti, se per questo: convinto che la mafia sin da allora fosse trasversale agli schieramenti politici". Il 1º gennaio 1926 compì quella che è probabilmente la sua più famosa azione, e cioè l'occupazione di Gangi, paese roccaforte di numerosi gruppi criminali. Con numerosi uomini dei Carabinieri e della Polizia passò quindi al rastrellamento del paese casa per casa, arrestando banditi, mafiosi e latitanti vari. 
I metodi attuati durante quest'azione furono particolarmente duri e Mori non esitò ad usare donne e bambini come ostaggi per costringere i malavitosi ad arrendersi. Fu proprio per la durezza dei metodi utilizzati che venne soprannominato Prefetto di Ferro.
Anche nei tribunali le condanne per i mafiosi cominciarono a essere durissime. Fra le "vittime eccellenti" iniziano a figurare anche personalità del calibro del generale di Corpo d'Armata, ed ex ministro, Antonino Di Giorgio, il quale chiede il sostegno, in un colloquio riservato, di Mussolini, cosa che non impedirà né il processo né il pensionamento anticipato dell'alto ufficiale e le dimissioni da deputato nel 1928. Ben presto però circoli politico-affaristici di area fascista collusi con la mafia riescono a indirizzare, tramite attività di dossieraggio, le indagini di Mori e del procuratore generale Luigi Giampietro sull'ala radicale del fascismo siciliano, coinvolgendo anche il federale e deputato del PNF Alfredo Cucco, uno dei massimi esponenti del fascio dell'isola. Cucco nel 1927 viene addirittura espulso dal PNF e dalla Camera "per indegnità morale" e sottoposto a processo con l'accusa di aver ricevuto denaro e favori dalla mafia, venendo assolto in appello quattro anni dopo, ma nel frattempo il fascio siciliano è stato decapitato dei suoi elementi radicali. L'eliminazione di Cucco dalla vita politica dell'isola favorisce l'insediamento nel PNF siciliano dei latifondisti dell'Isola, talvolta essi stessi collusi o quantomeno contigui alla mafia.
A questa azione si aggiunge quella delle "lettere anonime" tempestano le scrivanie di Mussolini e del ministro della Giustizia Alfredo Rocco, avvisando dell'esasperazione dei palermitani e minacciando rivolte se l'operato eccessivamente moralistico di Giampietro non si fosse moderato. Contestualmente il processo a Cucco si rivela uno scandalo, nel quale Mori viene dipinto dagli avvocati di Cucco come un persecutore politicoe nel 1929 Mussolini decide di porre a riposo il prefetto Mori facendolo cooptare nel Senato del Regno. La propaganda fascista dichiara orgogliosa che la mafia è stata sconfitta: tuttavia l'attività di Mori e Giampietro aveva avuto drastici effetti soltanto su figure di secondo piano, lasciando in parte intatta la cosiddetta "cupola" (composta da notabili, latifondisti e politici), la quale riuscì a reagire attraverso l'eliminazione di Cucco, e così addirittura installarsi all'interno delle federazioni del fascio siciliane.
Ancora oggi si discute sui metodi impiegati da Mori nella sua lotta al fenomeno mafioso. È indubbio che la sua azione fu vigorosa ed efficace: ebbe la fama di personaggio scomodo per la sua capacità di colpire molto in alto, senza curarsi dell'opposizione di molti fascisti della prima ora.

Alla fine degli anni venti, il "prefetto di ferro" era un personaggio estremamente noto ed alcune sue imprese, che la macchina propagandistica del regime copriva di consensi plebiscitari, erano giunte a rasentare la popolarità di Mussolini. Cesare Mori non si fece problemi nemmeno a perseguire (con il consenso del Duce) sia l'uomo più in vista del fascismo in Sicilia, Alfredo Cucco, sia l'ex ministro della Guerra, il potente generale Antonino Di Giorgio.
Molti mafiosi dovettero emigrare negli Stati Uniti dove diedero origine alla Cosa Nostra americana.
I cardini principali dell'azione di Mori - forte della carta bianca che gli era stata attribuita, e assistito da uomini quali il nuovo Procuratore Generale di Palermo da lui nominato, Luigi Giampietro, e il delegato calabrese Francesco Spanò - furono:
• Cogliere un primo importante successo con un'operazione in grande stile per riaffermare l'Autorità dello Stato e dare un segnale forte (l'occupazione di Gangi). 
• Riottenere l'appoggio della popolazione impegnandola direttamente nella lotta alla mafia. 
• Creare un ambiente culturalmente ostile alla mafia, combattendo l'omertà e curando l'educazione dei giovani e stimolando la ribellione contro la mafia 
• Combattere la mafia nella consistenza patrimoniale e nella rete di interessi economici. 
• Ripristinare il normale funzionamento e sviluppo delle attività produttive della Sicilia 
• Condannare con pene severe e implacabili i criminali sconfiggendo il clima di impunità. 
La sua strategia si basava anche sul seguente schema: i mafiosi appartenevano essenzialmente al ceto medio rurale (gabelloti, campieri, guardiani e sovrastanti) e tenevano in soggezione sia i grandi proprietari, sia i ceti più poveri. Eliminato il "ceto medio mafioso", i latifondisti si sarebbero liberati del doppio ruolo di vittime dei mafiosi e, al tempo stesso, di bersagli della rabbia popolare che li vedeva in combutta con la mafia.
L'azione di Mori si rivelò in tutta la sua clamorosa efficacia sin dal primo anno: nella sola provincia di Palermo gli omicidi scesero da 268 nel 1925 a 77 nel 1926, le rapine da 298 a 46, e anche altri crimini diminuirono drasticamente. 
Pentiti mafiosi hanno riconosciuto il grave stato di difficoltà nella mafia dopo quegli anni. 
Mori non si occupò solo degli strati più bassi della mafia, ma anche delle sue connessioni con la politica - portando lo stesso Mussolini a sciogliere il Fascio di Palermo ed espellere Cucco, che pure era membro del Gran Consiglio del Fascismo, dal PNF.
Dopo il suo congedo, vi fu ben presto una recrudescenza del fenomeno mafioso in Sicilia. Come scrisse nel 1931 un avvocato siciliano in una lettera indirizzata a Mori: 
« Ora in Sicilia si ammazza e si ruba allegramente come prima. Quasi tutti i capi mafia sono tornati a casa per condono dal confino e dalle galere... »
In realtà i vertici della mafia avevano piegato il capo sotto la repressione, e colsero l'occasione dello sbarco degli Alleati in Sicilia per rialzare la testa, con gli Statunitensi che spesso li misero ai vertici delle amministrazioni locali siciliane, come sicuri antifascisti.
Come senatore continuò a occuparsi dei problemi della Sicilia, sui quali seguitò a rimanere ben informato, ma ormai senza potere effettivo e sostanzialmente emarginato.
« La misura del valore di un uomo è data dal vuoto che gli si fa dintorno nel momento della sventura »
(Cesare Mori)
La sua abitudine di sollevare il problema della mafia era vista con fastidio dalle autorità fasciste, tanto che fu invitato a "non parlare più di una vergogna che il fascismo ha cancellato". Mori scrisse le sue memorie nel 1932 e il suo libro più famoso fu Con la mafia ai ferri corti (ripubblicato nel 1993 dall'editore Pagano di Napoli).
Nel novembre 1929 Mori, insieme a tre fidati collaboratori, giunse in Friuli con l'incarico di presiedere il neo costituito Consorzio di 2° grado che, sovrapponendosi al Consorzio per la bonifica integrale della Bassa friulana, aveva la funzione di controllare la litigiosità dei proprietari che aveva provocato la paralisi dei lavori. Le premesse: nel 1925 una società con capitale milanese aveva presentato un progetto per la bonifica della Bassa friulana, che prevedeva la creazione di aziende di medie dimensioni condotte ad economia. Immediata la reazione dei proprietari, che temevano che l'iniziativa minasse l'istituto della mezzadria che intendevano difendere a ogni costo, e che presentarono a loro volta un progetto raffazzonato per bloccare l'iniziativa dei milanesi. L'operazione riuscì perché la legge Serpieri dava il diritto di prelazione ai proprietari, ma con risultati deludenti. Per quello la creazione del consorzio di 2° grado e la convocazione di Mori, la cui azione, rafforzata dal suo prestigio e dal suo decisionismo, fu importante, anche perché ottenne da Arrigo Serpieri (il creatore della legge sulla bonifica integrale che porta il suo nome) che i pareri dei proprietari avessero solo valore consultivo. Le guerre per l'impero e le conseguenti spese rallentarono enormemente le bonifiche: oramai si trattava (come disse in suo discorso al Senato) di "fermare razionalmente", cioè mettere a frutto ciò che era già stato fatto. Morì il 5 luglio 1942, due giorni dopo aver firmato l'ultima delibera del Consorzio che dirigeva. È sepolto a Pavia.
 

 






Articolo tratto da RINASCITA

 
a cura di Paolo Francesco Lo Dico
 
Cesare Primo Mori nasce il 22 dicembre 1871 a Pavia, ma viene riconosciuto dai genitori Felice e Pizzamiglio Rachele nell’ottobre del 1879.
Primo Nerbi saranno il nome e cognome provvisori del bambino nel periodo in cui vive nel brefotrofio di Pavia.
Il giovane, alto, diritto, volto energico, occhio sereno con riflessi d’acciaio, nel 1889 viene ammesso all’Accademia Militare di Torino. Nel 1895 è nominato tenente di artiglieria e assegnato a Taranto dove ottiene la prima medaglia al valore. Qui conosce Angelina Salvi che diventerà sua moglie, ma il regolamento del tempo lo costringe alle dimissioni per la dote non disponibile.
Cesare però manifesta la sua vocazione partecipando al concorso per entrare in Polizia, dove viene nominato Delegato di Pubblica Sicurezza e inviato in servizio a Ravenna.
Nel 1904 è assegnato con il grado di Commissario di P.S. a Castelvetrano (TP), compito che assolve con la stessa grinta e determinazione che mostrerà in seguito.
È deciso, coraggioso, incorruttibile e compie numerosi arresti. Subisce diversi attentati ma nessuno riesce a fermarlo. Spesso è costretto a usare metodi particolarmente duri e per questo è denunciato per abuso di potere, ma sarà successivamente assolto e amnistiato. Afferma il magistrato del distretto: “Abbiamo a Trapani un uomo che colpisce la mafia ovunque annidata!”
Cesare Mori viene chiamato in servizio a Firenze nel 1915 in qualità di vice questore, ma proprio in questo periodo scoppia la guerra e in Sicilia si diffonde il cosiddetto “brigantaggio”, fenomeno favorito dall’elevato numero di giovani che diserta la leva. Pertanto il nostro viene rimandato in Sicilia, a Caltabellotta (AG).
E qui il vice questore mostra ancora una volta il suo valore riportando notevoli successi, che gli valgono tra l’altro la medaglia al valore militare e la promozione a questore. Nell’occasione Mori dichiara che “il vero colpo mortale alla mafia lo daremo solamente quando ci sarà consentito di rastrellare non soltanto tra i fichi d’india, ma nelle prefetture, questure, palazzi padronali e ministeri!”.
Negli anni successivi lo ritroviamo in servizio presso le questure di Torino, Roma e infine a Bologna. Arriva frattanto il 1921, anno ricco di fermento sociale per via dell’accanita lotta tra la materia e lo spirito, che si incarna nelle schiere contrapposte del socialismo e del nazionalismo. Ex combattenti, arditi e reduci sono attaccati da forze antinazionali ma rispondono colpo su colpo. Gli scontri tra le parti sono violenti e il disordine impera.
E Cesare Mori, in qualità di Prefettissimo, trova in punta di diritto il modo migliore per ristabilire lo Stato di diritto: non fare sconti a nessuno e catalogare tutti i contendenti più scalmanati come “sovversivi”.
Il 28 ottobre 1922 il Duce viene chiamato a presiedere il governo della concordia nazionale e frattanto il Prefetto va in pensione e si ritira a Firenze conducendo una tranquilla vita coniugale. Qui scriverà il libro di analisi della mafia: Tra le zagare oltre la foschia (pubblicato nel ’23 dalla Carpignani e da La Zisa nel 1988, nda).
Mussolini, l’Uomo della Provvidenza, coagula in un riuscito amalgama le istanze socialiste e quelle nazionaliste. Il capitale viene messo al servizio del lavoro in una nuova dottrina che rompe le antiche diatribe: è il certificato di nascita del fascismo. Il Duce visita la Sicilia nel maggio 1924 e nell’occasione si rende conto dei problemi che attanagliano l’isola, e della maniera di poterne venire a capo. “Il popolo siciliano ha bisogno di strade, acqua, bonifica, incolumità. Il fascismo cauterizzerà se necessario col ferro e col fuoco, la piaga della delinquenza siciliana”, sentenziò Mussolini. Affidarsi al cauterio: bruciare ma risanare. Non c’era polso più adatto all’operazione che quello del soldato Cesare Mori.
Il 28 dello stesso mese il Prefetto viene richiamato in servizio e inviato a Trapani. Il 20 ottobre 1925 arriva a Palermo come Superprefetto con l’onere di una missione chiara per conto di Mussolini: eliminare la mafia dalla Sicilia in tutte le maniere possibili. Mori ha carta bianca, e dal 1 novembre 1925 fino al 1929 conduce una battaglia spietata, con metodi spesso poco ortodossi ma necessari, suscitati però dalla bisogna e adeguati a piegare la psicologia degli avversari.
Tra le battaglie del Prefetto d’assalto, va annoverata senz’altro quella epocale del 1926: l’assedio di Gangi (Pa) che porta alla cattura di centinaia di gregari e capi mafia. L’azione è svolta con il coordinamento unico di Carabinieri, Poliziotti e Camicie Nere scelti tra ex combattenti e reduci della vittoriosa Prima guerra mondiale. La legge è applicata alla lettera dalla magistratura di competenza, diretta dal procuratore generale, Luigi Giampietro. Anche alte personalità fra cui il generale, nonché ex ministro, Antonino Di Giorgio, sono inquisiti. La lotta non si caratterizza però soltanto come campagna di polizia ma anche come insurrezione di coscienze. Un’autentica rivolta di spirito che risulta decisiva per il successo. L’eco dell’impresa e il temperamento pugnace varranno a Mori l’epiteto che l’ha consegnato alla storia: Prefetto di Ferro. Il Prefetto contadino va incontro al popolo, esorta tutti a difendere la dignità dell’uomo, si mette alla guida dei mezzi agricoli nelle terre sottratte alla mafia, conduce la bonifica integrale con autentiche sagre popolari, concluse con rito religioso e giuramento di fedeltà allo Stato. Significativamente, Mori fa ammainare le bandiere rosse usate per le segnalazioni e saluta a braccio teso il tricolore a Roccapalumba, Piana dei Greci e a Palermo, in piazza Politeama.
La sua azione di polizia arriva fino ai colletti bianchi. La corsa è irrefrenabile, anche S.E. si rende conto di essere giunto alle soglie del possibile e per questo motivo chiede al capo del Governo il consenso alla prosecuzione.
La risposta è lapidaria: Non abbia riguardi né in alto né in basso.
Molti mafiosi cercano scampo in America. Antonio Calderone, pentito di mafia, ne “Gli uomini del disonore” di Pino Arlacchi afferma: “I mafiosi erano usciti impoveriti dal fascismo. Mio zio Luigi, un capo, un’autorità, si era ridotto a fare il ladro per guadagnarsi il pane!”. Anche Alfredo Cucco, medico oculista, segretario e deputato del Pnf che alcune macchinazioni avevano tentato di mostrare colluso, viene punito con l’espulsione dal partito. (Successivamente sarà completamente scagionato e dimostrerà la sua fede aderendo alla Rsi, nda)
Nell’occasione del conferimento della laurea in legge “honoris causa” a Palermo, il neo-dottore Cesare Mori, dirà: “La mafia è una attitudine morbosa specifica di determinati elementi. La polizia è nella funzione, civile milizia; nel fatto, azione. La mafia dà i sacerdoti, la malvivenza i fedeli”.
“Si poteva dormire con le porte aperte” e pertanto “santo” Mori aveva compiuto il miracolo. L’Italia gli è riconoscente, Mussolini lo fa nominare Senatore del Regno.
Adesso tocca allo Stato immettere la Sicilia nel giusto cammino verso il progresso di tutta la Nazione. Attacco e polverizzazione del latifondo e bonifica integrale, costruzione di infrastrutture per rendere competitiva l’agricoltura nell’ottica di inserimento nell’impresa africana.
Anche con questa carica, Mori si occupa della Sicilia ma dirà che “la misura del valore di un uomo è data dal vuoto che gli si fa dintorno nel momento della sventura”.
Verso la fine del ‘29 viene nominato presidente del Consorzio per la bonifica integrale della Bassa friulana conseguendo democratici ottimi risultati. Arrigo Serpieri, l’ideatore della legge sulla bonifica integrale, gli aveva concesso il valore consultivo dei proprietari.
Nel 1932 la Mondadori pubblica il libro Con la mafia ai ferri corti, dove tra l’altro Mori, per fugare qualsiasi dubbio o incertezza nei denigratori e zizzanieri, afferma che la lotta contro la mafia ha avuto successo perché combattuta dal regime fascista nel nome e per volontà del Duce.
Vive negli anni successivi con la moglie Angelina a Pagnacco, frazione di Tavagnacco (UD). S.E. Cesare Mori, il Prefetto di Ferro, muore il 5 luglio 1942. Lascia una eredità materiale modestissima. Viene sepolto in una umile tomba a Pavia dove riposa il sonno degli Eroi.
Calogero Vizzini, capo mafia, dirà a Indro Montanelli in una sua intervista: “Si, di mano spiccia...ma òmmo era..”
Arrigo Petacco ha scritto il libro Il prefetto di ferro, pubblicato dalla Mondadori nel 1975. Pasquale Squitieri ne ha realizzato un film interpretato da Giuliano Gemma con musiche di Ennio Morricone.Inserisci link
Luglio 1943. I mafiosi aprono le porte della Sicilia agli invasori anglo-americani. Cesare Mori si rivolta nella tomba, il suo “spirto guerrier” freme, vorrebbe ancora combattere la mortale nemica…
Gangi grata ricorda l’epopea intestandogli una targa marmorea.
Il magistrato Giovanni Falcone, eroe vittima di mafia, qualche tempo prima di essere trucidato, alla domanda “chi glielo fa fare” rispose: “Il senso del servizio”. Allo stesso interrogativo il Prefetto di Ferro avrebbe aggiunto:
 “Per amore di Patria”.
 

 
 
 
 
 

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domenica 18 marzo 2018

QUEI PAPA' CHE IL 19 MARZO NON FESTEGGIANO


Chi sono i papà che il 19 marzo non fanno nessuna festa

Lunedì - festività di San Giuseppe - si svolgerà a Taranto un sit-in davanti al tribunale civile organizzata dai padri separati.  “La figura genitoriale del padre vale il 20% contro l’80% di quella della madre

Lunedì 19 marzo 4 milioni di padri separati trascorreranno un’altra festa del papà, in cui non ci sarà spazio per cioccolatini e bigliettini: per loro - ma solo per chi riuscirà a ottenerlo - il regalo più grande sarà quello di trascorrere la giornata insieme al proprio figlio. Sono i papà che ogni giorno, per anni, lottano in Aula e fuori dai tribunali contro le ex mogli e compagne - ma anche contro un sistema burocratico lento e contorto - per non essere tagliati fuori dalla vita dei propri figli.
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In strada a Taranto “nel nome dei figli” e dei papà

Ed è per loro, ma non solo, che lunedì l’associazione “Nel nome dei figli” scenderà per la prima volta in strada a Taranto per un sit-in davanti al Tribunale civile. “Vogliamo far capire a chi siede ai piani più alti che attualmente la legge non è uguale per tutti e che in queste battaglie le prime vittime sono i bambini che non hanno voce. Eppure se ci mettessimo dalla loro parte sarebbe tutto più facile”, spiega all’Agi Andrea Balsamo, uno degli organizzatori dell’evento insieme a Vito Ditaranto, entrambi presidenti dell’associazione. “Bisognerebbe riformare il diritto di famiglia, creare un tribunale specifico il cui scopo sarebbe quello di conciliare per il bene dei bambini. O semplicemente far rispettare le leggi”, continua Balsamo che denuncia una generale discriminazione in tribunale nei confronti dei papà.


“La figura genitoriale del padre vale il 20% contro l’80% di quella della madre”. Tuttavia, “la nostra associazione vuole dare voce non solo ai 4 milioni di papà, ma anche ai 4 milioni di mamme e ai 32 milioni di persone tra genitori, nonni, zii, fratelli, che ruotano intorno a queste situazioni complesse e che soffrono. Un messaggio che a giudicare dal numero di donne che hanno aderito alla manifestazione di lunedì è stato ben recepito”. Le lotte tra poveri - aggiunge Balsamo - non mi sono piaciute. Ogni padre (o madre) farebbe qualsiasi cosa pur di trascorrere del tempo con i propri figli. E pagherebbe qualsiasi prezzo. Questo è un dei motivi per cui le battaglie durano anni, avanzano a colpi di denunce e di sgarri, perdendo di vista l’obiettivo principale: il bene del bambino”. Intorno alle cause per l’affido, spiega l’organizzatore, “c’è un giro di affari che vale 5 miliardi, tra legali, periti, marche da bollo e tutto il resto. Gli stessi avvocati - non tutti, ovviamente, ma una buona parte - si mostrano del tutto interessati a fomentare il disaccordo tra i due genitori”. Cosa dovrebbe cambiare?


“Le leggi esistono, che vengano rispettate”

L’ultima riforma del diritto di famiglia risale agli anni ’80. Quanto alla “Legge 54 sull'affidamento condiviso” del 2006 “avrebbe potuto risolvere il problema, ma così non è stato”.  Di fatto “il bambino continua a vivere con la mamma e il papà a vederlo solo poche ore. Questo non vuol dire ‘affido condiviso’. È vero che la legge obbliga entrambi i genitori a trovare un accordo sulle decisioni che riguardano il piccolo, ma per il resto tutto funziona come prima. Nella maggior parte dei casi, il bimbo vive con la mamma che risulta essere quasi sempre il ‘genitore collocatario’”. Nel resto dell’Europa - continua Balsamo - il bambino vive metà del tempo con uno e metà con l’altro (per chi lo desidera, ovviamente). “L’Italia continua a rappresentare un’eccezione e a pagare una multa di  decine di milioni di euro ogni anno comminata dalla Corte di Giustizia europea per il mancato rispetto della legge 54”. Il problema, precisa poi l’organizzatore, “non è la mancanza di legge: ce ne sono anche troppe, il problema è che non vengono fatte rispettare”.


Storia di Marco e Davide

Tra i ‘papà guerrieri’ c’è anche Marco (nome di fantasia, come gli altri della vicenda). Per lui l’incubo inizia nel 2010, pochi mesi dopo la nascita di suo figlio Davide. Marco è nato e vive al Nord, nel 2001 sul posto di lavoro conosce Valeria, una collega separata e con una bambina; i due si innamorano e lui, per il bene di quella famiglia che vuole costruire, convince la compagna a trasferirsi al Sud dove vive il papà della piccola. Valeria e sua figlia fanno le valigie e iniziano una nuova vita, Marco le raggiunge nei fine settimana appena può. Nel 2009 nasce Davide, il figlio della coppia. L’anno successivo Marco riesce a ottenere il trasferimento, ma dopo pochi mesi l’idillio svanisce. La convivenza dura pochissimo e nel giro di qualche settimana Marco si ritrova fuori casa. Peggio: nei primi sei mesi di vita del bambino riesce a vedere suo figlio solo per due ore a settimana.

Così l’uomo decide di rivolgersi a un avvocato che proverà più volte a raggiungere un accordo con Valeria senza passare per i tribunali. “Si trattava di accordarci sui giorni in cui potevo vedere mio figlio e sulla somma del mantenimento. Ma lei non ha voluto saperne. Aveva già deciso di dichiararmi guerra”, racconta all’Agi Marco, che vuole restare anonimo. Nei successivi tre anni Valeria cambierà 15 avvocati e arriverà ad accusare Marco di essere un alcolista. “Per fortuna sono un donatore di sangue e questo mi ha aiutato a smantellare velocemente l’accusa”. Storie come queste “sono all’ordine del giorno”, commenta l’uomo.

Nel 2011 arriva l’ordinanza che riconosce a Marco il diritto di vedere suo figlio tre volte a settima pur non potendo ancora dormire con lui. “A quel punto Valeria inizia a terrorizzare il bambino innescando la classica “sindrome da alienazione genitoriale” che si manifesta con i tentativi da parte di uno dei due genitori di allontanare l’altro attraverso frasi tipiche rivolte al minore come “papa è cattivo”, “mi ha fatto male”, “se vai con papà io piango”. La mia non è un’interpretazione: lo hanno stabilito i giudici che hanno disposto una Ctu da cui Valeria è uscita devastata. Ed era evidente anche osservando il bambino che era restio quando andavo a prenderlo a casa loro, mentre all’asilo mi correva incontro”. Poco dopo la situazione degenera. Nell’estate del 2012 Marco passa a prendere suo figlio per una vacanza a due, Valeria si innervosisce, tra i due scoppia una discussione e lei inizia a picchiarlo. “Mi hanno dato 22 giorni di prognosi. Ma la cosa che più mi dispiace è che è successo davanti al bambino”.

A quel punto Marco denuncia l’ex compagna. Il tribunale sospende la podestà genitoriale della donna per 4 mesi, e da allora Marco vede Davide con regolarità. “Questo dimostra che se la giustizia interviene nel modo giusto, le cose cambiano”, commenta l’uomo.“A breve sono in attesa di giudizio per l’aggressione, ma parto dal presupposto che lei verrà assolta. L’avessi fatto io sarei stato in carcere da allora”. Per combattere la battaglia più importante della sua vita, Marco ha speso finora 50mila euro. “Non ne faccio una questione di soldi, ma non è normale, indica che qualcosa non va in questo sistema. Senza contare che non tutti possono permetterselo”.


FONTE:https://www.agi.it/cronaca/festa_del_papa_19_marzo_padri_separati-3638833/news/2018-03-18/

sabato 17 marzo 2018