mercoledì 7 marzo 2018

8 MARZO: QUESTA E' UNA "FESTA" A CUI NON SONO INVITATA

 
In Italia la prima festa della donna fu organizzata dal Partito Comunista, la data dell’8 marzo fu stabilita a Mosca nel 1921 durante la “seconda conferenza delle donne comuniste”.
Ci hanno fatto credere che l’8 marzo 1908 un gruppo di donne si riunì nella Filanda tessile Cotton di New York per dichiararsi in sciopero. Il padrone le chiuse a chiave e l’edificio prese fuoco: morirono 129 donne.
Nulla di tutto ciò è mai accaduto. Nessuna fabbrica prese fuoco e nessuna donna morì bruciata l’8 marzo 1908. (…successe il 25 marzo 1911).
Quando la verità storica emerse, si tentò di retrodatare l’origine della festa al giorno 8 marzo 1857, giorno della “violenta repressione poliziesca” di una presunta “manifestazione sindacale di operaie tessili tenutasi a New York”, l'invenzione bella e buona del famoso sciopero del 1857.
Anche questo quindi risultò essere falso.

E poi cercarono di attribuire la data ad una carica della polizia contro donne in sciopero l’8 marzo 1848, ma pure questo fu solo l’ennesimo falso storico, (era il il 19 marzo, non l'8)
Nella realtà la festa dell’8 marzo è stata imposta dal dittatore comunista sovietico Vlamidir Lenin e dalla femminista Alexandra Kollontai per far credere alle lavoratrici di essere state liberate dalla schiavitù capitalistico-patriarcale. La festa venne poi ufficializzata dal Soviet Supremo “per commemorare i meriti delle donne Sovietiche nella costruzione del Comunismo”.
In Italia, la festa venne introdotta nel 1921 dal Partito Comunista che pubblicò sul periodico “Compagna” un articolo secondo il quale Lenin proclamava l’8 marzo come “Giornata Internazionale della Donna”.
La festa cadde in disuso, e venne reintrodotta l’8 marzo 1945 dall’UDI, l’Unione donne italiane, organizzazione nata dalla Resistenza composta da donne appartenenti al PCI e ad altri partiti di sinistra.
Fu nel dopoguerra che venne fatta circolare la falsa storia delle donne bruciate, questa versione fu riportata infatti per la prima volta in Italia dal settimanale “La lotta”, edito dalla sezione bolognese del Partito Comunista Italiano.
Era il 1952, e quell’anno l’Udi distribuì alle sue iscritte una valanga di librettini minuscoli da attaccare agli abiti insieme a una mimosa. Nel libretto c’era un resoconto dell’incendio di New York. Due anni dopo, il settimanale della Cgil “Il lavoro”, perfezionò il racconto con un fotomontaggio che ritrae un signore arcigno in bombetta dal nome inventato che si fa largo fra masse di donne tenute indietro dalla polizia.
A proposito della mimosa: solo in Italia il simbolo è la mimosa; in paesi con climi più freddi il simbolo è un nastro viola, in quanto è stato fatto credere che le inesistenti lavoratrici bruciate producevano panni viola.
Furono proprio tre comuniste dell’Udi, Rita Montagnana (allora moglie di Palmiro Togliatti), Teresa Noce e Teresa Mattei, a stabilire che dall’8 marzo 1946 il fiore della Festa della donna in Italia sarebbe stato la mimosa: un fiore povero, popolare.

La “Festa della donna” fu istituita quindi nel quadro ideologico e politico che vedeva i paesi comunisti di tutto il mondo uniti per la rivoluzione del proletariato, sotto la guida dell’Unione Sovietica.
E’ dunque una “ricorrenza” comunista.
Dony Gobbi


FONTE: https://www.facebook.com/groups/1620983084843435/permalink/1872325559709185/?pnref=story

martedì 6 marzo 2018

IL GENDER, E I “MODI NUOVI DI DIVENTARE MATTI”


 
La cultura moderna non  rivela  i trans, li sta creando” 
 (Anne Hendershott su Catholic World Report).
 

Cincinnati, Ohio.  Una ragazza di 17 anni vuole sottoporsi alle “cure” farmacologiche per diventare   maschio. I genitori, cristiani, si  oppongono sostenendo  che tale transizione non è nel miglior interesse della figlia. Un tribunale minorile spoglia quei genitori della patria potestà e affida la minore ai nonni, favorevoli al cambio di sesso.  “Hanno una mente più aperta”, ha testimoniato il tutore legale al processo (un’assistente sociale) mentre i genitori  si oppongono “per motivi religiosi”;  quindi  hanno pregiudizi. La giudice, Sylvia Sieve Hendon, nella sentenza ha invitato i  politici a elaborare un “sentiero legislativo”  per dirimere i casi di conflitto parentale – il che significa mettere  gli ormoni usati per cambiare sesso nella lista dei farmaci “No-Parents Asked”, come i contraccettivi egli abortivi che possono essere  dati a minorenni senza che i genitori ne sappiano nulla.
Votate Liber* e Ugual*
Anche Cincinnati  si è dotata, nell’ospedale pediatrico, di un Programma Transgender (TP). All’apertura nel 2015, ha curato un centinaio di pazienti. Nel 2017, ne ha trattato oltre mille. Ed ha ricevuto una donazione di 2 milioni di dollari da  una ricca coppia di benefattori, il cui figlio d 8 anni ha voluto cambiare sesso.    Fatto degno di nota,  i medici del TP hanno cambiato  sesso a  tutti quelli che hanno visitato: apparentemente non ne hanno trovato nessuno normale.  Nelle 14 cliniche per il gender   che esistono nel Regno Unito, il numero dei pazienti che bussano e ricevono il trattamento, aumentato del 100 per cento l’anno scorso.  Nel decennio, pazienti che si ritengono “donne prigioniere nel corpo di un uomo” (o il contrario) sono aumentati  anche di 28 volte. Simili colossali aumenti di ”disturbi del genere” sono registrati in Australia, in Svezia, in Usa, in corrispondenza  con il sorgere delle cliniche che curano il “disturbo”.  Negli Stati Uniti, nel 2011, circa 1,4 milioni di adulti si dichiaravano trans-gender.

Una università americana, Kennesaw State University,  dotata di un LGBT Resorcce Center, ha inventato nuovi pronomi personali – oltre he e she – per nominare rispettosamente i varii generi.

Ora,  c’è da mettere qualche punto sulle i.
Se esistesse una qualche base biologica per questo fenomeno, la percentuale degli aspiranti trans-gender dovrebbe  essere la stessa in ogni Stato. Invece, a Washington, la capitale, i trans gender sono  il triplo o il  quadruplo di quelli presenti negli altri stati (2,8 su 1000, contro o.70 o anche 0.30 negli stati rurali).  “La accresciuta visibilità e accettazione sociale delle persone trans gender possono accrescere il numero di persone che vogliono identificarsi come trans”: così ipotizza  lo Williams Institute, un centro di ricerca   socio-sessuale presso l’Università di Los Angeles (UCLA). Il filosofo Ian Hacking, che ha studiato la questione, parla di un “contagio semantico” in corso: la mediatizzazione,    che pretende di solo descrivere il fenomeno,  crea  le condizioni per la sua diffusione.  L’attivismo dei  militanti ideologici, l’insegnamento nelle scuole a “non avere pregiudizi” e a “scoprire il proprio gender”,  gli studi accademici sul cambiamento di genere,  la grande “comprensione”  sociale per i trans o LGBT vari,  il fatto che nascano queste cliniche, che  esse siano finanziate e persino forniscano le “terapie” a spese pubbliche, possono di per sé spiegare come mai, tanti maschi  arrivino al punto di farsi  amputare i genitali, operazione irreversibile,  per farsi fare dal chirurgo  plastico  una vulva artificiale?
I militanti ideologici, che dominano il discorso, dicono che”uno nasce così”, trans gender o sessualmente insoddisfatto del  suo genere, “donna prigioniera nel corpo di un uomo”.   E’ il politicamente corrette che viene imposto. Mentre tutti  gli indizi  suggeriscono questo:  “La cultura moderna non  rivela  i trans, li sta creando”  (Anne Hendershott su Catholic World Report).


Malattie mentali alla moda

 
Che i disturbi mentali o del sé siano dipendenti dal contesto culturale di un dato momento storico, o persino da un “contagio psichico”   che fa sì  vi siano come delle “mode” nelle psico-patologie,  è noto agli specialisti. L’Amok  è una  follia omicida che colpisce in Indonesia e Nuova Guinea. Nell’ultimo ‘800, giovanotti francesi   soffrivano di “stato di fuga”, tornando in sé dopo mesi a Mosca o a Algeri, senza sapere come ci erano arrivati. Negli anni ’70, migliaia di americani bussarono alle porte di psicoterapisti  dicendosi abitati da due (o  anche dodici) personalità diverse, e venendo debitamente diagnosticati  dai terapisti per “disturbo di personalità  multipla”, affezione che oggi sembra scomparsa. In compenso oggi siamo travolti da scolari travagliati dal Deficit d’Attenzione e iperattività e trattati con quintali di Prozac,   da “gender incerti” e simili modulazioni della sfera psico-sessuale, che per di più negano che il loro sia un disturbo, ma lo dichiarano  un diritto.
Il fatto  è che  ogni tanto  spunta “un modo nuovo di essere  matti”.
La frase è il titolo di un saggio che Carl Elliott, un medico che si occupa di etica della sanità, pubblicò nel 2000 –  per occuparsi di un”disturbo del sé” apparentemente più aberrante ancora del cambiamento di sesso. Un chirurgo scozzese aveva amputato  le gambe di due pazienti su loro richiesta, ed era stato fermato prima che  ne operasse un terzo.  I due amputati  avevano difeso il medico, raccontando ai giornali come erano più felici e completi adesso, senza la gamba.
https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2000/12/a-new-way-to-be-mad/304671/
Elliott scoprì che il fenomeno è  meno raro di quanto si crede. Scoprì diversi casi  in cui i pazienti s’erano procurati da soli cancrene, e ferite spaventose, per poter poi andare all’ospedale ed ottenere il taglio  chirurgico dell’arto. Altri avevano provato a porre la gamba sui binari … Un piccolo mercato di  amputazioni clandestine s’era creato in Messico, dove un  ottantenne americano aveva pagato 10 mila dollari per farsi  asportare un arto. Elliott ha scoperto che su internet gli aspiranti alle amputazioni, e quelli attratti  sessualmente da amputati, si parlavano fittamente in chat-rooms sul web – uno di questi salotti virtuali aveva 1400 iscritti – dove si scambiavano fantasie e consigli su come  farsi mutilare di un arto.  C’è anche una ricca produzione di pornografia per amputati, essendo   tale attrazione fortemente  sessuale.
Porno specializzato




Inserendosi in uno di questi siti, Elliott ha potuto fare domande ai partecipanti.  “Il mio piede  destro non era parte di me, l’ho capito da quando avevo 8 anni”, gli ha comunicato uno. “Non mi sono mai  sentita veramente completa con le gambe”,  gli ha detto una quarantenne. In generale, tutti spiegavano che con le due gambe “non mi sento  me stesso”, e che cercavano l’amputazione “perché voglio vedermi come sono dentro, essere me stesso  come sento di  essere”. Insomma la stessa motivazione dei trans: “Mi  sento imprigionata/o nel corpo sbagliato”. E soffrono veramente. E risultano tetragoni a qualunque trattamento psichico. E solo una volta  “tagliati”  trovavano serenità.

Presto il “diritto a farsi amputare”?

Si chiama “acrotomofilia”

Che fare?, si chiede il bio-eticista Elliott.  Ormai  i trans  hanno conquistato il “diritto”  al trattamento ormonale e alle asportazioni del pene, legalmente e gratis presso il servizio sanitario nazionale; quando questi esigeranno il “diritto” a farsi asportare i piedi e le  gambe, “mi interrogo sullo status etico della chirurgia come soluzione. L’amputazione deve essere considerata un atto di chirurgia estetica? O un trattamento psichiatrico  invasivo?…”
Inquietante sapere che il primo psichiatra a descrivere questa volontà di essere amputato, o di essere attratti eroticamente da amputati, è  stato   – nel lontano  1977  – John Money. Un nome famigerato: docente alla prestigiosa John Hopkins, John Money (1921-2006), che aveva aperto una clinica”per l’Identità di Gender”  dal ’65 praticando le prime chirurgie  plastiche e iniezioni di ormoni per transessuali. E il “dottore” che nel ’67 ricevette  i genitori di David Reimer, un neonato che aveva subito una amputazione accidentale del pene, e li convinse che un’operazione plastica, una cura di estrogeni e una adeguata educazione di tipo femminile l’avrebbe trasformato in una bambina. A meno di due anni d’età, al piccolo David furono asportati i testicoli, chiusi i dotti seminali e trasformato lo scroto, con un intervento plastico, in una “rudimentale vagina esterna”. In realtà David trasformato in Brenda  “andò incontro ad una devastante crisi d’identità”. Si sentiva un maschio, si comportava da maschio, e per questo subiva le derisioni di compagni e compagne. A 14 anni manifestò idee suicidarie; i genitori allora gli confessarono la verità su quello che avevano fatto al suo corpo. Allora “Brenda” decise di tornare “David”, si sottopose a terribili interventi, mastectomia doppia, dosi di testosterone; riuscì persino a sposarsi, nel 1990.  Ma finì per suicidarsi a 38  anni. Grazie alle idee “innovative”  sul gender di Money.


Da qui  a  constatare che Money ha, se non inventato, promosso e  amplificato “il nuovo modo di  essere matti” , l’amputo-filia, il passo è breve. Dice Elliott: “Gli psichiatri, cominciando a diagnosticare psichiatricamente un fenomeno, lo reificano nei manuali,  sviluppano strumenti per misurarlo e valutarne la gravità; dirigono i pazienti verso gruppi di sostegno, ne scrivono  su riviste – con ciò, possono unirsi a forze culturali più vaste per contribuire alla propagazione di una turba mentale”. Ciò è esattamente quel che è avvenuto con il cambiamento di sesso: da quando è entrato nel discorso pubblico come moneta corrente, “un numero sempre maggiore di persone ha cominciato a interpretar la sua esperienza in termini di “turba della identità di genere” – in qualche misura, sono divenute  le persone descritte da questi  termini”,  fino al giorno in cui tutto sarà rimpiazzato dal nuovo modo di essere matti più culturalmente  alla moda.
Sul perché c’è gente, peraltro normalissima ed integrata, che cerca di farsi amputare una gamba (o  tagliare il pene) Elliott dice di non saper rispondere, se  non che nell’uomo la sessualità è  malleabile e può comprendere ogni aberrazione. Ma coglie più nel segno quando spiega che questi sono tutti  “disturbi del sé”, di gente insoddisfatta della propria  immagine corporale come non  coincidente con  il loro autentico Io.
“Non dobbiamo stupirci, perché il linguaggio dell’identità e dell’essere se stesso ci circonda dovunque”. Siamo invitati fin da bambini a “esprimere noi stessi”, ad essere “liberi da condizionamenti e tabù”   per far emergere “il nostro io autentico e spontaneo”; “l’invito all’autentica identità è iscritto nella letteratura, nella cultura popolare,  nella pubblicità, nella nostra filosofia politica individualista, nella  sensibilità terapeutica. E’ così che parliamo tutti oggi, così che pensiamo: essere noi stessi, far fiorire il nostro Io vero. E’ questo il modo con cui ci vendono le auto e le scarpe. Parliamo continuamente di  “scoperta di sé”, di auto-realizzazione, di  auto-espressione, di auto-conoscenza, di non tradire noi stessi, di essere  egocentrici. Non è poi una grande scoperta apprendere che il vocabolario del “sé”  sembra il modo naturale con cui descriviamo i nostri desideri, le nostre ossessioni  –  e le nostre psico-patologie”.
Il che suggerisce come uscire da questi modi di essere matti. Le pedagogie di una volta, erano l’opposto e contrario: non invitavano i bambini  ad “esprimere se stessi”, ma  tutti a dimenticare se stessi in un compito, in un lavoro,  come padre e madre di famiglia, come artigiano, come operaio o medico –  in un’arte, in una vocazione.   Michelangelo e Leonardo non hanno “espresso se stessi”; ma hanno dipinto e scolpito i soggetti che gli chiedevano i committenti, papi o re di Francia. Eppure nelle loro opere,  rilucono le loro “personalità”,  i loro “io inconfondibili”.  Quando gli artisti hanno voluto solo “esprimere se stessi”, la propria preziosa personalità, ecco Picasso, Lucio Fontana e gli sgorbi dei graffitari. A forza di volersi auto-realizzare, si finisce per sentirsi trans, o farsi amputar le gambe. Perché “il proprio Io” è un pozzo senza fondo.  Pieno di modi sempre nuovi per diventare pazzi.




Maurizio Blondet

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/gender-modi-nuovi-diventare-matti/

lunedì 5 marzo 2018

NUN S'ACCANNA UN CAMERATA. 5 MARZO 1982

 
 «Non se ne parla proprio»
Giorgio Vale
 
E' vero. Eran "altri tempi"
Ma certe lezioni di Stile - e di Vita- restan Eterne.
Specie se successe quando tutto era perduto.
Non come succede oggi,
in altri frangenti - seppur meno tragici -
lasciar affondare la barca
alla prima seria difficoltà.
Come se fosse una cosa normale
 
"Quel che si fa per Amore è sempre al di là del Bene e del Male"
 
Grazie all' Amico Ugo Tassinari
per -l'ennesima- mirata ricostruzione dei fatti accaduti
 

5 marzo 1982, la cattura di Francesca Mambro: "Vale mi ha salvato la vita"
 


 
Trentasei anni fa era ferita in un conflitto a fuoco dopo una rapina in banca e catturata Francesca Mambro, passata alla storia come la "pasionaria nera"". Enzo Biagi la descrive come il personaggio più inquietante tra i tanti da lui intervistati in mezzo secolo di carriera ("non conosce la parola rimorso") ma in tutta evidenza diversa è l'immagine che ci offre in quest'intervista a Zavoli per la "notte della repubblica" dove si parla di 'senso di colpa' e di 'dubbio'... Un'intervista di 30 anni fa.
Così, invece, ho ricostruito in "Guerrieri" il giorno della cattura. Ho tagliato parecchi nomi, tutti di giovanissimi fiancheggiatori dei Nar, coinvolti per ospitare i latitanti o soccorrere i feriti. Hanno diritto all'oblio:


La mattina del 5 marzo scende in campo il meglio di quel che resta degli ultimi Nar: i superlatitanti Francesca Mambro e Giorgio Vale, che assicurano la copertura esterna, mentre il gruppo d’attacco è composto dall’ultimo leader, Roberto Nistri (che nella ricostruzione dei “pentiti” dirige le operazioni, una sorta di crono-maitre), Fabrizio Zani, i fratelli Ciro e Livio Lai. Alle 10.30 assaltano l’agenzia 2 della Bnl a via Aurelia. Disarmato il “guardione”, in due (Ciro Lai e Zani) entrano in banca e prelevano 38 milioni in contanti e 55 in assegni. Livio Lai e Nistri si appostano all'ingresso e controllano i clienti, il vigilante neutralizzato e un carabiniere sopraggiunto per caso e subito privato dell’arma. Un passante informa la polizia. Un agente in borghese, a bordo di una vettura civile, si apposta, intima l'alt, apre il fuoco colpendo Livio Lai (che limita i danni grazie al giubbotto antiproiettile). Nelle drammatiche circostanze affiorano le qualità militari di un gregario di lusso come Vale: sorprende alle spalle l'agente che ha aperto il fuoco, lo colpisce e consente lo sganciamento. Si allontana a piedi, spara una raffica di mitra su due poliziotti che lo scambiano per un collega (succederà ancora il mese dopo: una vecchina vedendolo con un mitra in mano a pochi passi da una banca lo avverte che è in corso una rapina, lui la rassicura che sta aspettando i colleghi per bloccarli), si appropria di un’auto abbandonata e poi a una pompa di benzina si fa dare le chiavi di una Alfa Romeo spacciandosi ancora per un agente.
A complicare la fuga c’è il fatto che "Pigi" Bragaglia resta imbottigliato nel traffico. Così l’altro autista, "Ciccio" Procopio, è costretto a caricare sulla sua Volkswagen insieme a Francesca i fratelli Lai che fuggono sparando. Una volante li intercetta a piazza Irnerio e si scatena un violentissimo conflitto a fuoco di fronte all’ufficio postale. Alla fine resterà ucciso uno studente di passaggio, il 16enne Alessandro Caravillani, e saranno quattro i feriti: Francesco Mambro, raggiunta allo stomaco da un colpo di rimbalzo, un poliziotto, due passanti. Nell’auto abbandonata, tra abbondanti tracce di sangue, sono recuperati moduli di patenti in bianco rubate, il giubbotto antiproiettile che Francesca non ha indossato, una Smith & Wesson calibro 38, un pugnale, un caricatore per M12 con 20 cartucce. 
Alle 7 di sera una telefonata anonima a nome dei Nar avverte che Francesca Mambro è stata abbandonata in un’auto presso l'uscita secondaria dell'ospedale S. Spirito. (...) Nei giorni successivi si susseguono comunicati e telefonate  minacciose che ingiungono di non fare nessun male o pressione su Francesca.
Lei è stata curata nell'autorimessa dell’agente di collegamento di Vale, poi un medico procurato da Nistri consiglia il ricovero. La logistica già in affanno non è in grado di reggere l’impatto del disastro. Per assicurare il pernottamento ai fratelli Lai – ospitati la sera prima da due militanti di Terza posizione-Settembre   – è convocato d’urgenza a Roma un fiancheggiatore veneto, Sergio Bevivino, per prenotare una stanza d’albergo. E infatti, nel suo appartamento a Padova, usato anche da Ciro Lai, un mese dopo sarà rinvenuto un notevole quantitativo di banconote che i cassieri riconosceranno come parte del bottino, mentre nell'appartamento torinese usato da Zani verrà recuperata la Beretta calibro 9 rubata al carabiniere. Bragaglia capisce che la situazione è insostenibile e scappa all’estero, facendo perdere le sue tracce: tutt’oggi è l’unica “primula nera” dei Nar [in realtà arrestato nell'estate si è fatto più di due anni di galera in Brasile ma non è stato estradato, ndb] . Walter Sordi tenterà di accollargli ancora un paio di rapine ma senza altri riscontri la corte lo assolverà.
Anni dopo Francesca racconterà a un giornalista che quel giorno avrebbe voluto lasciarsi morire. Non è andata proprio così. Gli ultimi disperati dei Nar avevano stretto un estremo patto di morte: non si sarebbe permesso a nessun ferito grave di cadere nelle mani degli “sbirri”, mettendo in pericolo la latitanza dei superstiti. Ci avrebbero pensato gli stessi camerati, con un fraterno colpo di grazia, a risparmiare torture o confessioni estorte con il Penthotal. Francesca chiede di essere salvata, qualcuno accenna al patto, poi interviene Vale, secco: «Non se ne parla proprio». E la storia - rimossa o occultata che fosse stata in precedenza - ritorna, raccontata da Francesca, nel drammatico epistolario con Anna Laura Braghetti, in cui la Mambro, impegnata nella “battaglia finale” per evitare la condanna per Bologna, si apre in uno sforzo di sincerità, violentando la sua naturale ritrosia: 

Uno, che non era mio amico, invece di portarmi in ospedale voleva tirarmi un colpo in testa perché si dice che sotto anestesia si può parlare e si preoccupava di tornare a casa e dormire tranquillo. Giorgio e gli altri si sono sentiti all’istante adulti. E spaventati l’hanno zittito. Nemmeno per loro, che erano costretti a lasciarmi davanti all’ospedale, sembrava avere più senso quello che stava accadendo. Fa più paura la morte degli altri che la tua. Il giovane medico che mi visita nel garage conferma che si tratta di una questione di tempo. Giorgio si aggirava intorno alla macchina disperato, provava a proteggermi ancora cercando una via d’uscita che non c’era, come non c’erano i posti per dormire perché nessuno si sarebbe sognato di nasconderci. In un momento in cui riprendo conoscenza Giorgio mi chiede cosa voglio fare. Gli rispondo che potrei morire. E perdo di nuovo conoscenza. Prima che arrivino gli infermieri mi ha tolto tutto dalla borsetta lasciando solo il documento falso: «Fino all’ultimo avranno il dubbio se sei davvero tu...io resterò qui vicino e non gli permetterò di spararti in testa». Gli chiedo di non piangere e per favore di non farsi ammazzare. Gli voglio bene e se morisse anche lui non lo sopporterei. Sento per l’ultima volta chiamarmi Chiara mentre mi accarezza e mi copre con la giacca. Riapro gli occhi svegliata adesso da un dolore lancinante alla pancia e alla gamba. Mi stanno togliendo dalla macchina e io voglio già tornare indietro perché so che adesso sarò davvero sola. Però Valerio mi aspetta.
 FONTE: http://www.fascinazione.info/2018/03/5-marzo-1982-la-cattura-di-francesca.html

domenica 4 marzo 2018

FRANCO ANSELMI, PRESENTE !

   

Roma 06.03.1978 - Franco Anselmi fu un militante nazional popolare  e membro dei Nuclei armati rivoluzionari (NAR). Fu attivo fin dai tempi del liceo nei ranghi neofascisti, fu un assiduo frequentatore di tutte le manifestazioni allora organizzate.
Il 28 febbraio 1975 Franco Anselmi partecipò a Roma in Piazza Risorgimento alle manifestazioni di protesta organizzate dal Movimento Sociale Italiano in occasione del processo per la Strage di Primavalle. Le manifestazioni degenerarono presto in scontri contro gli autonomi di sinistra e provocheranno la morte dello studente greco fuorisede Mikis Mantakas, ucciso da militanti di Autonomia Operaia Fabrizio

Panzieri e Alvaro Lojacono. Mantakas, anch'egli un militante di destra era iscritto al Fuan. Franco Anselmi, che si trovava accanto a lui, ebbe il proprio passamontagna imbrattato dal
sangue del compagno e rimase fortemente impressionato dall'omicidio dell'amico. Nel periodo successivo alla morte di Mantakas, Franco Anselmi fu vittima di numerose aggressioni. Una di esse gli costò tre mesi di coma ed un grave abbassamento della vista. Già dalla metà del 1977 Franco Anselmi fondò i Nuclei Armati Rivoluzionari con Valerio Fioravanti, Cristiano Fioravanti e Alessandro Alibrandi.
Il 7 gennaio 1978 Franco 
Anselmi partecipò alla manifestazione spontanea dei militanti di destra immediatamente successiva alla Strage di Acca Larentia. Qui Franco Anselmi celebrò una specie di cerimonia personale bagnandosi il dito con il sangue di Franco Bigonzetti, ancora presente sull'asfalto, e asciugandoselo sul passamontagna che aveva il giorno della morte di Mantakas. Il 6 marzo Franco Anselmi partecipò con Alibrandi ed i fratelli Fioravanti alla prima azione conclamata dei NAR, rapinando l'armeria dei fratelli Centofanti nella zona di Monteverde a Roma, la più grande armeria della città. Nel corso della rapina vennero rubate 8 pistole oltre ai documenti e agli orologi dei presenti. I compagni fuggirono subito dopo la 
rapina, mentre Franco Anselmi si attardò all'interno dell'armeria nel tentativo di dissimulare il furto come opera di tossicodipendenti. Mentre si allontanva Franco Anselmi viene colpito alla schiena dai colpi sparati dal proprietario Daniele Centofanti, che era riuscito a liberarsi, e morì sul colpo nell'atrio dell'armeria. La morte di Franco Anselmi non fu priva di conseguenze. La sua uccisione ne fece una specie di martire per i NAR, che firmeranno molte delle loro azioni con la sigla "Gruppo di fuoco Franco Anselmi", e che celebrarono nel Marzo degli anni successivi con altrettante rapine ad armerie.
 
 
 


 
 
 



 
FRANCESCO ANSELMI


 




ROMA QUARTIERE MONTEVERDE
IL LUOGO DELL' UCCISIONE




 
 
 


 
 
 
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giovedì 1 marzo 2018

ARROSTISCE UN CANE E LO MANGIA

 
Nigeriano arrostisce cane e lo mangia. Era già stato in TSO
 
 
Macabra scoperta al Centro di accoglienza di Briatico. I carabinieri della locale Stazione sono intervenuti dopo la segnalazione di una volontaria di un’associazione animalista che si è trovata dinanzi ad un giovane nigeriano di 29 anni intento ad arrostire un cane. Il giovane di fronte alle domande dei militari dell’Arma ha negato 
 
categoricamente di aver ucciso l’animale affermando di averlo trovato morto ai bordi della strada e di averlo cucinato in quanto piatto molto apprezzato nel suo paese. Indagini sono in corso da parte dei carabinieri per chiarire i contorni dell’intera vicenda.
In passato il giovane è stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio (Tso) per disturbi psichici. 
 
http://www.ilvibonese.it/cronaca/9573-cane-arrostito-briatico-carabinieri-nigeriano-migranti
(MB. Africano clandestino e psichiatrico. Pagherà le nostre pensioni?).

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/nigeriano-arrostisce-cane-lo-mangia-gia-tso/

LIVORNO: PIENA E TOTALE SOLIDARIETA' AL CAMERATA AGGREDITO

  
 
UN COMMANDO DI VERMI ANTIFASCISTI HA AGGREDITO UN CAMERATA MILITANTE DI CASAPOUND, CON IL SOLITO INFAME COPIONE: DI NOTTE, ALLE SPALLE, IN 4 CONTRO 1, COME NELLA PEGGIOR TRADIZIONE DEI LORO NONNI
LA PIU' PIENA E TOTALE SOLIDARIETA' DELLA COMUNITA' AVANGUARDISTA AL CAMERATA E ALLA SUA FIDANZATA
 
 
-La stupidità e l’odio degli antifascisti riescono sempre a confermarsi, mai a smentirsi e a smentirci. Questa notte a Livorno un militante di CasaPound che stava tentando di riattaccare un manifesto strappato in via Garibaldi è stato assalito da quattro persone con i cappucci alzati e armati di bastoni. I quattro antifascisti dediti alla violenza cieca hanno pestato il militante di Cpi e hanno sfondato i finestrini della sua auto, all’interno della quale era presente la fidanzata incinta, fortunatamente rimasta illesa anche se sotto choc. Il militante di CasaPound è stato trasportato al pronto soccorso di Livorno in codice rosso e a causa dell’aggressione rischia adesso di perdere l’occhio.
Sul vergognoso episodio è intervenuto con un comunicato stampa Simone Di Stefano: “E’ incredibile quello che sta accadendo in Italia – ha sottolineato segretario nazionale di Cpi- Mentre le più alte cariche dello Stato vanno manifestando e lanciano allarmi sul sedicente pericolo fascista, gli antifascisti lanciano cacce all’uomo, rivendicano con orgoglio brutali pestaggi, aggrediscono e insultano le forze dell’ordine nella totale impunità. Al nostro militante aggredito, la più totale solidarietà e vicinanza”
Il segretario nazionale di CasaPound ha poi chiesto l’intervento del ministro dell’Interno: “Al ministro Minniti, invece, che non ha ritenuto di spendere una parola sulle minacce di chi ha promesso di mettere a ferro e fuoco Roma per impedirci di parlare al Pantheon questo pomeriggio, annunciando una manifestazione senza autorizzazione nella ‘green zone’, chiediamo invece cosa si debba aspettare ancora per intervenire. Gesti vigliacchi come questi, o come quelli di Torino, Piacenza, Palermo, non fanno altro che rendere plasticamente evidente qual è la verità storica del periodo in cui ci stiamo trovando a vivere: un movimento come CasaPound che si organizza, si impegna, si presenta alle elezioni e cerca di cambiare il mondo facendo politica e una massa di vecchi partiti che, pur di mantenere il loro posto alla guida del paese, cedono al ricatto dei violenti”.
                                                                                                                                    Alessandro Della Guglia